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Pace per la Siria, a Ginevra 2 è stallo ma si continua a tentare

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30 gennaio 2014
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Pace per la Siria, a Ginevra 2 è stallo ma si continua a tentare
I negoziatori siriani a Ginevra 2: da sin. il vice ministro degli Esteri Faisal Makdad e Louay M. Safi, rappresentante della Coalizione degli oppositori. (foto Jean-Marc Ferré/Onu)

Esito ancora incerto per i colloqui in corso presso la sede dell’Onu a Ginevra dopo l’apertura ufficiale della Conferenza internazionale di pace per la Siria. La novità positiva di Ginevra 2 è che per la prima volta una delegazione del governo e una dell’opposizione si siano trovate l’una di fronte all’altra per trattare. Ma è muro contro muro su tutti i temi.


(Milano/c.g.) – Esito ancora incerto per i colloqui in corso presso la sede dell’Onu a Ginevra dopo l’apertura ufficiale della Conferenza internazionale di pace per la Siria a Montreux, in Svizzera, con la partecipazione di delegazioni di oltre 30 Paesi. Convocate dalle Nazioni Unite per favorire un accordo, le trattative inaugurate il 22 gennaio, prendono il nome Ginevra 2, per distinguerle dai precedenti negoziati (i cosiddetti Ginevra 1), conclusisi con un nulla di fatto nel giugno 2012.

La novità positiva di Ginevra 2, in ogni caso, è il fatto che per la prima volta, nei tre anni del sanguinoso conflitto siriano, una delegazione del governo e una dell’opposizione si siano trovate l’una di fronte all’altra per trattare, riconoscendosi implicitamente come interlocutori legittimi.

D’altra parte la realtà è che su nessuno dei punti in discussione sembra, fino ad oggi, che sia possibile trovare un’intesa. Gli incontri appaiono bloccati su una pericolosa posizione «di stallo» che non preannuncia nulla di buono. Un muro contro muro dei due schieramenti su tutti i punti in discussione: dall’emergenza umanitaria fino al tema della successione politica al presidente Bashar al-Assad.

La questione più urgente sembra essere quella umanitaria: secondo le Nazioni Unite è di fondamentale importanza riuscire ad aprire corridoi che consentano il passaggio di civili, cibo e medicine. Un recente rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) calcola che la Siria avrebbe bisogno oggi di oltre 330 milioni di euro in medicinali essenziali e salva-vita, per soccorrere 9,3 milioni di persone in aree sotto il controllo del governo e dell’opposizione. In diverse regioni del Paese il conflitto ha portato la popolazione a patire la fame; nel campo profughi di Yarmuk, vicino a Damasco, a gennaio si sono contate decine di morti per denutrizione.

Grave anche la situazione di 2.500 civili intrappolati nel centro storico della città di Homs, da mesi sottoposti a bombardamenti e privi di aiuti. Proprio il loro caso è stato posto in questi giorni a Ginevra, divenendo motivo di scontro tra le delegazioni: le Nazioni Unite hanno infatti chiesto al governo siriano di poter far entrare ad Homs un convoglio di aiuti umanitari; il governo ha risposto di non essere contrario, a patto di sapere prima chi usufruirebbe degli aiuti, considerando tutti i ribelli armati di Homs alla stregua di terroristi. Posizione che è considerata inaccettabile dall’opposizione al regime.

L‘ostacolo più grande all’intesa rimane comunque la presenza di Bashar al-Assad alla guida del Paese. Il 21 gennaio, proprio alla vigilia dell’inizio dei lavori è stato pubblicato un rapporto indipendente nel quale si portano le prove dell’uso sistematico della tortura nelle prigioni siriane. Questo ha provocato subito la reazione delle diplomazie occidentali e John Kerry, il segretario di Stato americano, ha dichiarato con fermezza che nel futuro della Siria non c’è posto per un sanguinario come Assad. Il rapporto sulla tortura è stato realizzato da una società di avvocati londinese la Carter-Ruck, che ha analizzato 55 mila fotografie riguardanti circa 11 mila detenuti che hanno perso la vita. Secondo il quotidiano americano The Wall Street Journal, la ricerca – che fa emergere un inequivocabile scenario criminale nelle carceri siriane – sarebbe stata finanziata dal governo del Qatar, parte in causa nel conflitto, essendo anche uno dei maggiori finanziatori dell’opposizione armata a Bashar al Assad.

D’altra parte, la delegazione del governo siriano a Ginevra insiste nel sostenere che il discorso della successione di Assad non deve neppure essere posto. E attacca a sua volta, accusandolo di voler appoggiare i terroristi, il presidente statunitense Barack Obama, colpevole di aver ribadito il 28 gennaio, nel suo discorso sullo stato dell’Unione di fronte al Congresso, la volontà degli Stati Uniti di sostenere l’opposizione siriana armata non integralista.

In questo muro contro muro chi non sembra perdere la pazienza e la speranza è l’inviato speciale dell’Unu per la Siria, Lakhdar Brahimi, secondo il quale «non abbiamo raggiunto una svolta, ma siamo ancora impegnati ad ottenerla, e questo a mio modo di vedere, è positivo».

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