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Alla seconda Conferenza internazionale per la Siria l’Iran resta fuori

Giuseppe Caffulli
21 gennaio 2014
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Alla seconda Conferenza internazionale per la Siria l’Iran resta fuori
Affacciata sul lago Lemano, Montreux si prepara ad accogliere i delegati alla Conferenza sulla Siria rafforzando le misure di sicurezza e i controlli.

Si aprono domani, a Montreux (in Svizzera), i colloqui per la Siria denominati Ginevra 2. L’avvio della Conferenza, il cui esito è un grande punto di domanda, è stato segnato dal dietrofront circa la presenza dell’Iran, che non è disposto a sedersi al tavolo delle trattative dando per scontato che il presidente Bashar al-Assad debba lasciare la guida della Siria.


(Milano) – Si aprono domani, a Montreux (in Svizzera), i colloqui per la Siria denominati Ginevra 2. L’avvio della Conferenza, il cui esito è un grande punto di domanda, è stato segnato dal dietrofront circa la presenza dell’Iran, in un primo tempo invitato dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon (convinto che Teheran avrebbe sostenuto i «principi» della Conferenza) e poi «disinvitato» dopo una presa di posizione pubblica del  viceministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, secondo il quale l’Iran non accetterà «condizioni preventive e soluzioni con parametri definiti». Il che significa, fuori dal politichese, che l’Iran non è disposto a sedersi al tavolo delle trattative dando per scontato che il presidente Bashar al-Assad debba lasciare la guida della Siria.

Nella giornata di domani si attendono nella città svizzera 32 ministri degli Esteri più altre personalità che si aggiungeranno alle delegazioni nazionali. La Conferenza riprenderà poi il giorno 24 nella sede dell’Onu a Ginevra, con la partecipazione di Lakhdar Brahimi, inviato speciale congiunto di Nazioni Unite e Lega Araba per la crisi nel Paese mediorientale, e dei rappresentanti delle parti in conflitto. Questa seconda sessione, dopo quella inaugurale del 22, sarà presieduta dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon e vedrà un faccia a faccia tra le due delegazioni siriane – quella di governo e di opposizione – per avviare i negoziati di pace sotto la regia delle Nazioni Unite. La durata delle trattative sarà decisa durante la riunione del 24 gennaio a Ginevra.

L’inciampo legato all’Iran, che con il suo sostegno al governo di Assad (anche attraverso le milizie Hezbollah libanesi, impegnate sul campo contro gli insorti) è uno degli attori regionali nella crisi siriana, rischia di complicare ulteriormente le cose. Teheran infatti si è affrettata a dichiarare: «Senza di noi non ci sarà alcuna soluzione». D’altronde la partecipazione iraniana alla conferenza avrebbe compromesso la presenza della Coalizione dell’opposizione siriana in esilio, che solo faticosamente è riuscita a comporre i dissidi interni. E che si pone come obiettivo irrinunciabile la «transizione politica in Siria».

Di fatto però, a tre anni dall’inizio della guerra civile, il regime di Damasco si trova decisamente in una posizione di forza. Sul campo le forze governative sembrano avere la meglio, soprattutto grazie al peso determinante dell’aviazione (che ha raso al suolo intere città) e al sostegno continuo da parte della Russia e dell’Iran. Le forze d’opposizione sono invece divise e litigiose al loro interno. Con il passare del tempo, l’appoggio di Stati Uniti e Gran Bretagna al fronte anti-Assad si è affievolito, fin quasi ad azzerarsi. Turchia e Qatar, in una prima fase della guerra molto attive nel sostenere le fazioni ribelli, appaiono ora molto più caute. Alla fine l’unica potenza regionale che continua a foraggiare gli insorti anti-Assad di qualsiasi osservanza (Esercito libero, jihadisti e qaedisti) è l’Arabia Saudita.

Allora, che si diranno a Ginevra le varie delegazioni? E quale obiettivo potrà essere raggiunto? Nei fatti, stante la situazione sul campo, sarà difficile sostenere la necessità che Bashar al-Assad passi la mano. Si lavorerà per un compromesso, che però difficilmente potrà essere accettato dalle opposizioni. E ammesso anche che si raggiunga un qualche risultato, è molto improbabile – se non impossibile – che venga accettato dalle fazioni combattenti islamiste che non si riconoscono nella Coalizione e che sembrano intenzionate a portare avanti la loro «guerra santa» in nome dell’Islam.

Proprio la presenza di queste brigate islamiste, sanguinarie e determinate a lottare per edificare in Siria e nel Vicino Oriente un nuovo califfato, sembra far propendere oggi – più o meno velatamente – molte cancellerie occidentali per la permanenza di Assad al potere.

Dal ritmo che assumeranno i colloqui dal 24 gennaio si potrà capire la reale volontà delle parti di arrivare ad una soluzione che permetta di mettere la parola fine a una guerra che ha distrutto il Paese, mietuto oltre 130 mila vittime ed espulso dai confini nazionali 2 milioni e mezzo di persone.

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