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Tawadros racconta: «Avvertimmo Mohammed Morsi di ascoltare il popolo»

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24 settembre 2013
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Tawadros racconta: «Avvertimmo Mohammed Morsi di ascoltare il popolo»
In una foto d'archivio uno degli incontri ufficiali tra il deposto presidente Mohammed Morsi (al centro), il papa copto Tawadros (a destra) e l'imam al-Tayeb.

Pochi giorni prima della «rivoluzione del 30 giugno» Tawadros II, il patriarca copto d’Alessandria d’Egitto, cercò di convincere il presidente Mohammed Morsi a prendere sul serio le richieste dei manifestanti. Ma si trovò di fronte a un rifiuto. Lo rivela, in un’intervista esclusiva rilasciata al quotidiano egiziano Watani ieri, lo stesso papa Tawadros.


(Milano/c.g.) – Pochi giorni prima della «rivoluzione del 30 giugno» Tawadros II, il patriarca copto d’Alessandria d’Egitto, cercò di convincere il presidente Mohammed Morsi a prendere sul serio le richieste dei manifestanti. Ma si trovò di fronte a un rifiuto del capo dello Stato che, dopo alcuni giorni, venne destituito. Lo rivela, in un’intervista esclusiva rilasciata al quotidiano egiziano Watani ieri, lo stesso papa Tawadros, che per la prima volta ha raccontato il suo punto di vista sui giorni convulsi della seconda rivoluzione.

«Nel suo anno di governo ho fatto visita per due volte al presidente Morsi nel palazzo presidenziale – racconta papa Tawadros nell’intervista a Watani –. Una terza volta ci siamo incontrati per posare una corona di fiori al cimitero militare; e una quarta per la cerimonia di apertura del Parlamento. Occasioni formali in cui non abbiamo mai scambiato punti di vista personali. Quello dello scorso 18 giugno, invece, fu un incontro completamente diverso: assieme ad Ahmed al Tayeb, il grande imam di al Azhar, avevo chiesto un’udienza al presidente. Al Tayeb ed io vedevamo come l’Egitto fosse paralizzato in una situazione critica, insostenibile, incerta. Animati da vero patriottismo, abbiamo chiesto di parlare con il presidente, per raggiungere un accordo unanime per il bene del Paese. Ma fu chiaro che Morsi vedeva le cose in modo completamente diverso da noi. Ci disse che il 30 giugno 2013, data che segnava il suo primo anno di governo, scelta per questo dal movimento Tamarrud per chiedere le sue dimissioni, sarebbe passato senza problemi, come un qualsiasi altro giorno dell’anno… Mano a mano, però, che il 30 giugno si avvicinava, constatavo una crescente rabbia, per le strade, contro Morsi e il suo regime islamista ed era evidente che sarebbe stato un passaggio difficile. Così il 26 giugno mi sono ritirato nel monastero di Anba Bishoi, nel deserto egiziano, per pregare per il Paese, per i nostri figli e figlie che avrebbero partecipato alla manifestazione. Così, mentre ero ad Anba Bishoi, alle prime ore della mattina del 3 luglio ho ricevuto una telefonata del ministro della Difesa (il generale Abdel Fattah al Sisi – ndr) che mi chiedeva di partecipare ad un incontro al Cairo. Immaginavo il motivo di questo incontro, visto che quella del 30 giugno era stata la più grande manifestazione mai vista per il cambiamento e per la deposizione del governante. Le forze armate avevano compreso quanto la situazione fosse critica e avevano già messo in guardia Morsi sulle conseguenze della sua intransigenza e della sua indifferenza la collera della gente. Il ministro della Difesa aveva dato l’ultimatum al presidente Morsi, perché ascoltasse le richieste della gente e proponesse un percorso per il cambiamento. Altrimenti i militari lo avrebbero fatto senza aspettarlo. L’ultimatum, che il presidente aveva già rigettato, scadeva proprio a mezzogiorno del 3 luglio. Un aereo militare è stato messo a mia disposizione per portarmi dal monastero al Cairo, e partecipare all’incontro con il generale Sisi, l’imam al Tayeb e i rappresentanti dei molti settori dell’arena politica egiziana. Per più di quattro ore abbiamo discusso il contenuto della road map che sarebbe stata annunciata la sera stessa. Eravamo tutti presenti mentre Sisi lo annunciava alla televisione».

Nell’intervista rilasciata a Watani, papa Tawadros affronta anche la delicata questione dell’impegno politico della Chiesa copta che si è schierata con decisione a fianco del nuovo governo in opposizione ai Fratelli Musulmani. «La partecipazione della Chiesa non è stata un coinvolgimento in politica – afferma il papa copto -. È stato invece un coinvolgimento in una questione di interesse nazionale. Se il presidente Morsi era stato eletto dalla gente attraverso un ballottaggio, è anche vero che è stato destituito dal popolo, radunato in una folla mai vista prima. I copti erano lì, in quella folla. La road map è stata una questione nazionale e non di partigianeria politica. La prima e ultima preoccupazione della Chiesa è spirituale. Questo si traduce nel servire tutti in modo indiscriminato e prendersi a cuore le preoccupazioni del Paese, pregare per il suo bene ogni giorno. È proprio questa responsabilità spirituale che ci porta a partecipare alle preoccupazioni del Paese, la prima delle quali è la road map. Anche la Costituzione è una responsabilità nazionale di primo livello. E la Chiesa la considera come tale».

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