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Rifugiati urbani, figli di un dio minore?

di Giuseppe Caffulli
2 agosto 2013
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Ci siamo diverse volte occupati della situazione dei profughi siriani in Giordania. Un fronte meno noto è quello del Kurdistan iracheno, dove i rifugiati siriani, provenienti in special modo dalla regione di Aleppo, stanno crescendo via via che la situazione nel loro Paese d’origine si fa sempre più drammatica.


Ci siamo diverse volte occupati della situazione dei profughi siriani in Giordania. Un fronte meno noto è quello del Kurdistan iracheno, dove i rifugiati siriani, provenienti in special modo dalla regione di Aleppo, stanno crescendo via via che la situazione nel loro Paese d’origine si fa sempre più drammatica.

Secondo le statistiche delle organizzazioni internazionali, sarebbero ad oggi 153 mila i rifugiati siriani ad aver varcato il confine iracheno. Circa 60 mila sono ospitati nel campo di Domiz. La rimanenza si è dispersa nella regione e sopravvive nelle periferie urbane della capitale Erbil e nei villaggi circostanti.

Sull’economia del Kurdistan iracheno (che pure appare in espansione), la presenza di una massa significativa di rifugiati ha avuto subito effetti importanti. Per prima cosa gli affitti delle case (spesso veri e propri tuguri) sono lievitati e il mercato del lavoro, soprattutto legato all’estrazione del petrolio, ha subito un significativo cambiamento, con l’arrivo di manodopera più qualificata spesso a minor costo. Le autorità regionali del Kurdistan, per venire incontro alle necessità dei profughi, stanno rilasciando dei permessi di soggiorno semestrali, permettendo così l’accesso al lavoro, ai servizi sanitari e alla scuola. Ma, quasi inevitabilmente, sta crescendo l’insofferenza della popolazione locale verso i siriani. L’accoglienza iniziale si sta via via trasformando in distacco, quando non in rifiuto, mano a mano che crescono gli episodi (veri o presunti) di violenza urbana, i furti e perfino le  molestie sessuali. Non  caso, nelle ultime settimane, sono state rafforzate le norme di sicurezza lungo il confine, nel tentativo di limitare il flusso di profughi siriani verso il Kurdistan. Una decisione che mette ulteriormente in pericolo chi fugge dalla guerra per cercare sostegno e protezione.

Il Campo di Domiz, che si trova ad una sessantina di chilometri dal confine, nei pressi di Duhok, era stato aperto per accogliere non più di 25 mila profughi. Il sovraffollamento del campo, dove sono ormai precarie le condizioni igieniche e i servizi socio-sanitari sono insufficienti, rende impossibile accogliere nuovi rifugiati. Anche coloro che si trovano a vivere per strada nelle periferie di Ebril, preferiscono restare dove sono piuttosto che trasferirsi nel campo.

Un nuovo campo profughi capace di accogliere 10 mila persone doveva essere aperto a Dara Sharan, non lontano da Erbil, nel maggio scorso, ma per questioni burocratiche (e di bilancio), dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur) fanno sapere che non sarà pronto prima di settembre. La ragione? Un funzionario dell’Acnur ha spiegato senza troppi giri di parole la difficoltà vera: i rifugiati in contesto urbano non sono visti come una priorità dalle agenzie umanitarie internazionali e dai principali donatori, anche se il loro numero è molto più elevato rispetto a quelli che si trovano nei campi-profughi.

Una scelta strategica oggettivamente contraddetta dalla situazione esistente in loco e dalle reali necessità di chi fugge disperato dalla mattanza siriana.

(Twitter: @caffulli)

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