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Sinai, una penisola fuori controllo

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24 maggio 2013
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Sinai, una penisola fuori controllo
Una torre di avvistamento dell'esercito egiziano nel deserto del Sinai, lungo la frontiera con la Striscia di Gaza. (foto: Abed Rahim Khatib/Flash90)

Sono stati rilasciati ieri sette militari egiziani (sei agenti di polizia e un soldato di leva) rapiti da militanti islamisti una settimana fa, nel nord del Sinai, durante un trasferimento tra le città di Al Arish e Rafah. Dall'inizio 2011 il Sinai è caduto sempre più nell’anarchia. Nell’agosto 2012 alcuni uomini armati uccisero 16 soldati egiziani.


(Milano/c.g.) – Sono stati rilasciati ieri sette militari egiziani (sei agenti di polizia e un soldato di leva) rapiti da militanti islamisti una settimana fa, nel nord del Sinai, durante un trasferimento tra le città di Al Arish e Rafah.

Il rapimento è solo l’ultimo degli episodi di violenza di cui la penisola del Sinai è testimone da quando, nel 2011, sono scoppiate le rivolte di piazza che hanno portato alla caduta del presidente Hosni Mubarak.

Già teatro di una vera e propria tratta di esseri umani, a spese di disperati provenienti dall’Africa sub-sahariana e diretti verso Israele, il Sinai da due anni a questa parte è caduto sempre più nell’anarchia: violenze da parte di bande armate, rapimenti di cittadini egiziani e di turisti stranieri, impossibilità del governo di assicurare una vita normale agli abitanti. L’episodio più sanguinoso è dell’agosto 2012, quando alcuni uomini armati uccisero 16 soldati egiziani. Una situazione di instabilità che ha avuto tra le conseguenze, anche l’azzeramento dei flussi turistici con grave danno economico per la popolazione.

I rapitori dei sette militari rilasciati ieri avevano chiesto, per liberarli, che un certo numero di islamisti detenuti nelle carceri egiziane, fossero rilasciati. La matrice islamica della ribellione del Sinai non è, però, l’unico elemento che preoccupa il governo: quello che aggrava la situazione è che le bande armate si stanno dimostrando militarmente molto esperte, equipaggiate tra l’altro di missili antiaerei e mitragliatrici pesanti.

Lunedì 20 maggio, nel tentativo di liberare i prigionieri, l’esercito aveva inviato nel Sinai centinaia di uomini e dozzine di mezzi corazzati ed elicotteri. Lo stesso giorno, come per reazione all’offensiva dell’esercito, un gruppo di assalitori aveva sparato ininterrottamente per 25 minuti con armi pesanti contro il campo di polizia di Al Arish; e successivamente aveva attaccato il posto di frontiera con Israele di Oja.

La crisi e il livello di insicurezza percepito nel Sinai sono oggi tanto gravi che gli stessi agenti di sicurezza egiziani in servizio al posto di frontiera con la Striscia di Gaza, a Rafah, negli scorsi giorni sono scesi in sciopero bloccando per protesta il transito di uomini e merci: Il valico è stato riaperto solo ieri dopo il rilascio degli agenti rapiti.

C’è un altro elemento di debolezza da sottolineare: non è chiaro se il rilascio degli ostaggi, avvenuto ieri senza spargimento di sangue e senza la mobilitazione dell’esercito, sia da intendersi come una vittoria del presidente Morsi. Domenica i ribelli avevano postato su Internet un video in cui gli ostaggi supplicavano il presidente di accettare le condizioni dei rapitori: «Speriamo che lei, presidente Morsi, voglia rilasciare il più presto possibile gli attivisti politici – implorava un ostaggio – perché noi non possiamo più sopportare le torture». «Signor presidente, per lei valiamo quanto Gilad Shalit (il soldato israeliano rimasto ostaggio nella Striscia di Gaza per 5 anni – ndr) valeva per Israele? – chiosava un altro –. Per avere libero Shalit, Israele ha rilasciato mille palestinesi; e per noi sette?… ».

Il presidente, nel suo saluto agli ostaggi rilasciati, ha ringraziato i militari, il ministro dell’Interno, i servizi segreti e il governo per averne facilitato la liberazione senza alcun spargimento di sangue. Ma ha anche espresso gratitudine agli sceicchi delle tribù del Sinai, che si sono adoperati per la mediazione con i rapitori. Questo ha fatto dire ad alcuni osservatori che Morsi sarebbe sceso a compromessi con le bande armate, contrariamente a quanto aveva assicurato nelle interviste concesse alla stampa. Se così fosse, sarebbe come ammetter di non riuscire a governare il territorio, se non scendendo a compromessi con i ribelli.

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