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John Kerry: quattro miliardi di dollari per rilanciare l’economia palestinese

Terrasanta.net
31 maggio 2013
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John Kerry: quattro miliardi di dollari per rilanciare l’economia palestinese
Stretta di mano tra Shimon Peres, John Kerry e Mahmoud Abbas durante il Forum economico mondiale per il Medio Oriente e l'Africa del nord (foto Flash90)

Al termine del Forum economico mondiale per il Medio Oriente e l’Africa del nord, il 26 maggio scorso, il segretario di Stato americano ha proposto un piano di investimenti del valore di 4 miliardi di dollari per rilanciare l’economia palestinese. L'idea, che presuppone il rilancio del processo di pace, suscita consensi, ma anche perplessità.


(Gerusalemme/c.d.-g.s.) – Al termine del Forum economico mondiale per il Medio Oriente e l’Africa del nord, il 26 maggio scorso, il segretario di Stato americano ha proposto un piano di investimenti del valore di 4 miliardi di dollari per rilanciare l’economia palestinese.

Da quando si è insediato al Dipartimento di Stato, a inizio febbraio, John Kerry non sta risparmiando sforzi per far ripartire i negoziati israelo-palestinesi, fermi al palo da ormai tre anni. «Sappiamo che possiamo farcela», dice fiducioso. «Questo piano per la Palestina è più importante, più audace e più ambizioso di tutti quelli proposti dagli accordi di Oslo in poi» (firmati nel 1993, quegli accordi permisero la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese).

John Kerry assicura di aver ricevuto il sostegno del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente Mahmoud Abbas. Ma – aggiunge – perché il piano funzioni, le parti devono tornare al tavolo dei negoziati e lavorare alla pace.

A Tony Blair, l’emissario del Quartetto per il Medio Oriente (Onu, Russia, Stati Uniti ed Unione Europea) spetterà il compito di definire il piano, che dovrà attirare investimenti privati. L’intento è che non sia finanziato con fondi pubblici americani, ma che agevoli e promuova gli investimenti di diverse imprese nei Territori Palestinesi occupati. Coca Cola è uno dei nomi che tornano più spesso, ma una ventina di altre aziende occidentali sarebbero in lista. Il piano punterebbe soprattutto ai settori del turismo e dell’edilizia.

Le proiezioni del segretario di Stato sono ambiziose. Di qui a tre anni, basandosi sui pareri degli esperti, pensa di far crescere il prodotto interno lordo della Palestina del 50 per cento, di far diminuire di due terzi la disoccupazione e di aumentare il reddito medio pro-capite del 40 per cento.

Sul campo Kerry può contare su un alleato naturale per difendere il suo piano di rilancio economico. Sono i circa 300 uomini e donne d’affari israeliani e palestinesi, che aderiscono all’iniziativa Breaking the Impasse («Uscire dall’impasse») con la quale vogliono far pressioni sui loro rispettivi governi. Il collettivo auspica che ripartano seri negoziati di pace e che si metta fine al conflitto tra i due popoli adottando la soluzione dei due Stati.

«L’anno scorso, ho festeggiato il mio settantesimo compleanno. Quando il conflitto è cominciato ero un giovane ambizioso uomo di 25 anni. Ormai dura da troppo tempo. Basta! Il nostro gruppo comprende uomini e donne d’affari e universitari di ogni tendenza religiosa e politica. Ciascuno di loro è determinato a contribuire alla soluzione dei due Stati», spiega Yossi Vardi, uno degli imprenditori high-tech più influenti in Israele, citato dal quotidiano Haaretz. Al suo fianco, il miliardario palestinese Mounib al-Masri precisa che Breaking the Impasse non promuoverà progetti economici che legittimino l’occupazione.

I media palestinesi e israeliani riportano però anche la posizione di Mohammad Mustafa, consigliere economico del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Dal suo punto di vista «l’economia non è tutto e non è l’unico aspetto da considerare».

I palestinesi, ha sottolineato lo stesso Abu Mazen, non sono disposti ad accettare una «pace economica», o soluzioni politiche provvisorie, soprattutto per quanto concerne i confini tra i due Stati. Inoltre non torneranno al tavolo negoziale fino a quando il governo israeliano non accetterà di congelare l’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania.

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