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Il grido di Gregorios

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22 aprile 2013
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Il grido di Gregorios
Il patriarca melchita d'Antiochia Gregorios III Laham.

Il 18 aprile, in Vaticano, il Papa ha ricevuto il patriarca greco melchita d’Antiochia Gregorios III Laham. Il giorno prima, incontrando alcuni operatori dei media, Laham ha voluto richiamare l’attenzione su un suo nuovo appello a tutto il mondo nel quale dipinge l'angosciante situazione della Siria, dove la guerra e il caos non risparmiano sofferenze a nessuno, cristiano o musulmano che sia.


(Milano/g.s.) – Il 18 aprile, in Vaticano, il Papa ha ricevuto il patriarca greco melchita d’Antiochia Gregorios III Laham. Il giorno prima, incontrando alcuni operatori dei media, Laham ha voluto richiamare l’attenzione su un suo nuovo appello «a tutto il mondo, soprattutto ai capi di Stato dei Paesi arabi, dell’Europa occidentale ed orientale, dell’America del Nord e del Sud ed anche alle Organizzazioni internazionali e ai vincitori di premi Nobel». L’appello, spiega il patriarca, è stato consegnato anche a Papa Francesco il Venerdì Santo.

Gregorios III eleva il suo grido in quanto «cittadino arabo siriano, come cristiano e come patriarca cattolico residente a Damasco».

Il quadro che l’ecclesiastico dipinge è a tinte fosche: «La Siria vive una via crucis sanguinosa, dolorosa e lunga, che non risparmia nessuno. Tutti i siriani – cristiani e musulmani, governo, opposizione, gruppi armati arrivati da ogni luogo… – portano la stessa croce da più di due anni. La sofferenza ha superato ogni limite. (…) L’intero Paese è diventato un campo di battaglia; un luogo di mercato solo per i soldi e gli interessi di alcuni. Tutto ciò che è democrazia, diritti dell’uomo, libertà, laicità e cittadinanza è stato perso di vista e nessuno non se ne preoccupa. Ovunque ci sono manipolazione, menzogna e ipocrisia. È una guerra senza volto, combattuta da persone senza volto».

«Nessun luogo è sicuro in Siria – lamenta il patriarca –. Si crede che vi sia sicurezza da una parte e insicurezza dall’altra, ma in ogni momento si può restare vittime di un’esplosione, di una granata, di un proiettile, senza contare i rapimenti e le prese in ostaggio per ottenere dei riscatti, gli omicidi… il caos minaccia tutti, ovunque ed in ogni tempo.(…) Questi pericoli minacciano tutti i cittadini, ma soprattutto i cristiani che sono la maglia più fragile, la più debole. Di fronte a tutti questi pericoli, queste sofferenze, queste disgrazie che affliggono tutti i cittadini, ci si domanda: non c’è altra direzione, una direzione diversa da quella della guerra, delle armi, della violenza, dell’odio, della vendetta?».

Laham a questo punto ribadisce la convinzione dei capi delle comunità cristiane siriane: c’è bisogno di dialogo e di riconciliazione! Non è tardi ormai? Secondo il patriarca melchita no: «Noi siamo certi che malgrado tutte le nostre sciagure, tutti noi siriani – governo, partiti politici, musulmani sunniti e sciiti, alawiti, cristiani e drusi – siamo capaci di dialogare, di ricostruire un’atmosfera propizia alla riconciliazione per andare avanti insieme».

Nell’ultima parte del suo appello Gregorios III descrive rapidamente la situazione dei cristiani oggi: «La Siria conta tra un milione e due milioni di cristiani di tutte le Chiese. Nella regione, dopo l’Egitto, è il Paese con il più grande numero di cristiani, anche più del Libano. Il futuro dei cristiani in Medio Oriente è strettamente legato a quello dei cristiani della Siria. Numerosi cristiani del Libano si sono rifugiati in Siria dal 1975 al 1992 e nel 2006. Anche la maggior parte dei cristiani d’Iraq si sono rifugiati in Siria e molti di loro sono ancora qui. L’avvenire dei cristiani in Siria è gravemente minacciato non dai musulmani, ma dall’attuale crisi, a causa del caos che essa ha generato e l’infiltrazione dei gruppi islamici e fondamentalisti fanatici, incontrollabili. Sono costoro che possono essere la causa di attacchi contro i cristiani. La minaccia del peggio è forse più grave per i musulmani che per i cristiani, a causa dei conflitti sanguinosi di molti secoli tra le fazioni e le sette dell’Islam».

Tra i cristiani, secondo il patriarca, si conta più di un migliaio di vittime (militari e civili, sacerdoti, uomini, donne e bambini) e centinaia di migliaia di rifugiati e sfollati, all’interno del Paese, o in Libano, Giordania, Egitto, Iraq e Turchia. C’è anche chi è riuscito a raggiungere Paesi europei (soprattutto la Svezia), il Canada, gli Stati Uniti. Pur in assenza di dati certi, Laham stima che il numero degli espatriati sia tra le 250 mila e le 400 mila persone.

«Le perdite materiali – denuncia il capo dei melchiti – sono molto gravi. Non abbiamo ancora delle statistiche, ma si c’è almeno una ventina di chiese danneggiate o parzialmente distrutte così come talune opere sociali (scuole, orfanotrofi, ospizi per anziani), che sono sempre state al servizio di tutti i cittadini, cristiani e musulmani. Questo senza contare la perdita dei posti di lavoro (fabbriche, negozi, immobili) e delle abitazioni dei nostri fedeli che hanno dovuto abbandonare le loro città, villaggi o quartieri in tutta fretta, potendo portare con sé quasi nulla. In generale queste case e questi beni sono stati saccheggiati, distrutti o danneggiati. Tutto questo rappresenta delle perdite del valore di diversi milioni di dollari. Interi villaggi (come la mia città natale di Daraya) sono stati svuotati da tutti i loro abitanti cristiani. I nostri concittadini musulmani sono in una situazione analoga, con perdite ancora più gravi, per il fatto che sono molto più numerosi di noi».

Gregorios III Laham conclude auspicando l’impegno dei governanti e degli operatori di pace di tutto il mondo.

 

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