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Esperienze palestinesi di auto-aiuto nella Valle del Giordano

Anna Clementi
3 aprile 2013
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In una delle aree più vulnerabili di tutta la Cisgiordania prendono corpo le iniziative del Movimento di solidarietà per la Valle del Giordano, un'organizzazione palestinese fondata da Fathy Khadirat, un agricoltore originario di Bardala. In meno di dieci anni di lavoro accanto ai contadini e ai pastori il movimento è riuscito a dar vita a numerosi progetti.


(Milano) – «La Valle del Giordano è una regione dimenticata da tutti ma di fondamentale importante per i palestinesi. Per questo il nostro movimento ha deciso di lavorare in quest’area» spiega Fathy Khadirat, fondatore e leader del Movimento di solidarietà per la Valle del Giordano. Fathy è un agricoltore originario di Bardala, un piccolo villaggio nel nord della Cisgiordania, che nel 2004 ha deciso di creare una campagna in solidarietà con le comunità palestinesi che vivono in una delle aree più vulnerabili di tutta la Cisgiordania. In meno di dieci anni di lavoro accanto ai contadini e ai pastori di questa zona, il movimento è riuscito a dar vita a numerosi progetti nella Valle del Giordano e a stabilire una fitta rete di contatti con gruppi ed organizzazioni della società civile internazionale.

«Per noi resistere significa prima di tutto esistere» spiega Rashid Dagharme, un volontario palestinese del movimento. «Lo scopo principale della campagna – riprende – è quello di aiutare la popolazione palestinese della Valle del Giordano a rimanere sulla propria terra, a non andarsene. Non cedere alla politica israeliana di trasferimento forzato significa rimanere saldi e resilienti nonostante le demolizioni e la confisca di terre e di risorse idriche». La Valle del Giordano infatti è una delle aree più minacciate di tutta la Cisgiordania. Dal 1967 Israele dedica molta attenzione a questa zona così importante dal punto di vista strategico e così ricca di risorse idriche. Oggi il 90 per cento della Valle del Giordano si trova in Area C, sotto il totale controllo israeliano, e i palestinesi presenti nell’area vedono conculcati alcuni loro diritti umani fondamentali, come l’accesso all’acqua e all’istruzione.

Uno dei principali progetti in cui il movimento è impegnato da anni è la costruzione di scuole per i bambini che vivono nelle comunità palestinesi più a rischio. A partire dal 2005 la Campagna di Fathy ha costruito sei strutture scolastiche, dall’asilo della comunità di Samra, alle elementari del villaggio di Fasayil fino alle superiori di Al-Jiftlik. «Per il momento nella maggior parte delle nostre scuole ci sono insegnanti volontari che fanno parte del nostro movimento – spiega Fathy -, ma lo scopo principale è quello di fare pressione sull’Autorità Palestinese affinché riconosca questa scuole e riesca a garantire uno stipendio agli insegnanti».

«Lavoriamo là dove c’è necessità, in base alle esigenze delle diverse comunità – racconta Rashid -. Siamo ben consapevoli del rischio che corriamo ma non abbiamo altra scelta». Per i palestinesi infatti è vietato costruire in Area C senza previa autorizzazione israeliana. Tuttavia ottenere un permesso di costruzione in queste aree è praticamente impossibile: dal 2000 al 2007 il tasso di rifiuto delle richieste presentate dai palestinesi è stato del 94 per cento (dati Amministrazione civile israeliana).

In molte aree della Valle del Giordano, soprattutto tra le comunità beduine che vivono nella parte settentrionale, il tasso di abbandono scolastico è molto alto perché le scuole sono lontane e spesso irraggiungibili. «La scuola più vicina è a Tubas, a più di 20 chilometri da qui», racconta Abu Mohammad, della comunità di ‘Ein al-Hilweh. «Per raggiungerla i miei figli devono percorrere venti minuti di strada sterrata ed attraversare un check-point dove vengono spesso trattenuti e maltrattati dai soldati. È un percorso troppo lungo e pericoloso».

Da quasi due anni Ibrahim ha iniziato a fare lezione nella scuola-tenda costruita dal movimento in questa piccola comunità isolata e circondata da colonie israeliane. Ibrahim è un giovane volontario originario della città di Tubas (nord della Cisgiordania), che collabora con la campagna di Fathy. «All’inizio i bambini erano spaventati e non volevano venire a scuola – racconta -. Avevano paura che i coloni e i soldati israeliani li attaccassero mentre erano a lezione». Adesso invece è diverso. Ogni mattina il maestro apre la porta della scuola e i piccoli si dispongono in cerchio intorno alla lavagna, su tavoli e sedie di plastica colorate. Le classi sono piene e i bambini ridono, giocano e ripetono in coro le lettere dell’alfabeto.

«È questo – conclude Ibrahim – che mi dà la forza di continuare, di andare avanti. I sorrisi, le risate, la gioia dei bambini. Questa è la nostra forma di resistenza. Il fatto di essere qui oggi e fare lezione in questa piccola tenda nonostante tutto. Siamo qui. Esistiamo. Resistiamo».

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