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Il dramma di Samer ‘Issawi, da 200 giorni in sciopero della fame

Marta Fortunato
15 febbraio 2013
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Il dramma di Samer ‘Issawi, da 200 giorni in sciopero della fame
Le foto di Samer su un tavolino nel salotto della casa paterna. (foto M. Fortunato)

Continua nelle carceri israeliane lo sciopero della fame di alcuni detenuti palestinesi contro la pratica degli arresti amministrativi. In un quartiere di Gerusalemme Est abbiamo incontrato i genitori del giovane Samer 'Issawi, ormai giunto allo stremo delle forze, dopo 200 giorni di protesta.


(Gerusalemme) – «Il Comitato internazionale della Croce Rossa è preoccupato per il prolungato sciopero della fame dei prigionieri palestinesi. Questo può avere gravi conseguenze psicologiche e fisiche e può portare alla morte. In particolare siamo preoccupati per Samer ‘Issawi, Tareq Qadan, Jafar Ezzedin e Ayman Sharawneh». Sono parole pronunciate giorni fa da Nicoloz Sadradze, il medico della Croce Rossa che visita e controlla le condizioni di salute dei prigionieri politici palestinesi in sciopero della fame.

Particolarmente grave è la situazione di ‘Issawi. Il quadro clinico di questo giovane palestinese di 32 anni, che rifiuta il cibo da oltre 200 giorni, è in continuo peggioramento. Samer non ha più la forza di reggersi in piedi, di camminare. Il suo debole corpo è accasciato su una sedia a rotelle nell’ospedale del carcere di Ramleh (Israele). Eppure Samer è deciso a portare avanti lo sciopero della fame iniziato a luglio 2012 per combattere contro gli ordini israeliani di detenzione amministrativa in vigore in Cisgiordania, che prevedono l’incarcerazione a tempo indeterminato senza capi d’accusa né processo per «motivi di sicurezza».

«Da quando ha iniziato lo sciopero della fame, Samer ha perso 30 chili. A luglio era 76 chili e ora i medici ci han detto che ne pesa solo 47» ci racconta il padre, Tariq ‘Issawi mostrandoci alcune foto in cui si vede la lenta trasformazione del corpo del figlio, da giovane forte, sano e sorridente a uomo debole, stanco su una sedia a rotelle.

Tariq e la moglie Umm Ra’fat vivono in una piccola casa ad al-‘Issawiya, un quartiere povero di Gerusalemme Est, noto per la resistenza civile dei suoi abitanti. Ed è proprio in quest’area che è iniziata la tragica storia della famiglia ‘Issawi. «Nel 1994, durante una protesta nel quartiere, mio figlio Fadi di soli 16 anni è stato ucciso da una pallottola sparata da un soldato israeliano», racconta la madre. Mentre parla ha lo sguardo triste, gli occhi che fissano il vuoto. «Un altro dei miei figli, Medhat, invece è in carcere da maggio 2012 ed ora è stato messo in isolamento dalle autorità carcerarie israeliane perché ha iniziato uno sciopero della fame in solidarietà col fratello Samer». La donna si commuove, piange. «Samer è in pericolo di vita, il suo cuore potrebbe cedere da un momento all’altro. Ma nonostante il dolore che proviamo, noi appoggiamo la sua lotta, che è una lotta collettiva per la dignità di tutti i prigionieri politici palestinesi contro le pratiche detentive israeliane».

Samer è entrato per la prima volta in una prigione israeliana a 22 anni. Nel 2002, ai tempi della seconda intifada, è stato condannato a 26 anni di prigione con l’accusa di possesso d’armi. Nove anni più tardi, ad ottobre 2011, è stato liberato nell’ambito dello scambio di prigionieri tra Israele ed Hamas che ha visto il rilascio di 1.027 detenuti palestinesi in cambio del militare israeliano Gilad Shalit. Tuttavia Samer ha potuto riabbracciare la famiglia solo per pochi mesi. A luglio 2012, le autorità israeliane lo hanno arrestato nuovamente accusandolo di non aver rispettato le condizioni definite al rilascio: non uscire dai confini della Municipalità di Gerusalemme. Per la famiglia si tratta di una misura punitiva, di un pretesto per rimetterlo in carcere, anche perché Samer è stato arrestato presso il check-point di Hizma, all’interno dei confini di Gerusalemme.

«Non auguro a nessuno di vivere quello che stiamo vivendo noi nemmeno per un giorno. Sono preoccupata per Samer perché il suo cuore potrebbe fermarsi da un momento all’altro. Sono preoccupata per i miei figli più piccoli perché hanno subito attacchi ed intimidazioni da parte dei soldati israeliani. Si tratta di una forma di punizione collettiva. Per punire Samer, prendono di mira l’intera famiglia» conclude Umm Ra’fat. Appoggiata ad una stampella, in lacrime, ci abbraccia come dei figli, mentre ci congediamo e lentamente usciamo di casa.

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