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La Giordania alle urne con qualche apprensione

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18 gennaio 2013
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La Giordania alle urne con qualche apprensione
Un'immagine d'archivio delle urne giordane pronte ad essere distribuite in vista delle elezioni.

È vigilia elettorale non solo per Israele. Se martedì 22 gennaio gli israeliani saranno chiamati ad eleggere il nuovo Parlamento, mercoledì 23 toccherà agli elettori giordani. Il regno ashemita di Giordania vive oggi in una pace apparente, ma gli islamisti si fanno sentire anche ad Amman e invitano gli elettori a disertare le urne.


(Milano/c.g.) – Sono giornate elettorali non solo per Israele. Se martedì 22 gennaio i cittadini israeliani saranno chiamati ad eleggere il nuovo Parlamento, mercoledì 23 toccherà agli elettori giordani.

Il regno ashemita di Giordania vive oggi in una pace apparente: gli stravolgimenti della «primavera araba» sono rimasti al di fuori dai confini, grazie anche alla prudenza del suo sovrano. Fin dall’inizio del 2011, infatti, temendo il contagio della violenza insita nelle rivolte, re Abdallah II ha chiesto di entrare a far parte del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc), la comunità economica – e di mutuo aiuto – delle grandi monarchie arabe. L’economia giordana, inoltre, sembra «tenere» ancora: nel 2012 il settore turistico ha registrato un aumento del 15,3 per cento di introiti rispetto all’anno precedente. E le rimesse degli emigrati giordani nel 2012 sono aumentate del 3,5 per cento.

Tuttavia le minacce che gravano sulla Giordania alla vigilia del voto sono molte. La guerra in Siria si fa sentire: proprio ieri il primo ministro Abdullah Ensour ha dichiarato di non poter accogliere altri rifugiati siriani: il Paese ne ospita già più di 200 mila e l’ingresso di altre migliaia risulterebbe ingestibile. I nuovi profughi infatti vanno ad aggiungersi ai circa 2 milioni di rifugiati palestinesi (di cui circa 350 mila accolti in campi attrezzati) censiti dall’Unrwa, l’agenzia Onu per l’assistenza ai profughi palestinesi. Assieme al milione di lavoratori stranieri illegali stimati dal governo, si raggiungerebbe la cifra di 3,2 milioni ospiti, pari alla metà dei 6,5 milioni di cittadini giordani censiti.

Internamente poi, il governo deve fronteggiare un’opposizione di impronta islamista che negli ultimi anni si è fatta più tenace: già alle elezioni parlamentari del novembre 2010 (svoltesi poche settimane prima dello scoppio della primavera araba) il Fronte di azione islamica – ala politica dei Fratelli Musulmani – aveva boicottato le elezioni, in polemica con il sistema di voto. Anche quest’anno gli islamisti hanno deciso di ripetere l’astensione, poiché considerano la nuova legge elettorale, entrata in vigore la scorsa primavera, incapace di rappresentare l’elettorato e il peso delle opposizioni: «Siamo contro le elezioni – ha dichiarato Hamza Mansour, segretario del Fronte di azione islamica, lo scorso 15 gennaio – poiché sono un meschino strumento utilizzato dal governo per mantenere il potere».

Secondo il Fronte, l’opposizione al governo starebbe via via crescendo in tutta la nazione. All’astensione alle urne si potrebbero ora aggiungere altre di forme di protesta come i cortei, i raduni pubblici e gli scioperi. Di fatto, negli ultimi due anni le manifestazioni contro l’operato dell’esecutivo non sono mancate: l’ultima ha avuto luogo il 16 novembre, quando alcune migliaia di persone appoggiate dai Fratelli Musulmani, si sono riversate per le strade della capitale Amman scandendo slogan contro il re. All’origine della protesta l’aumento del prezzo del carburante, economicamente insostenibile per i più poveri. Lo stesso giorno, manifestazioni simili – in alcuni casi non prive di violenza – si sono svolte in tutto il Paese.

Se il 23 gennaio l’astensione sarà percentualmente rilevante – a prescindere da chi verrà eletto – avranno «moralmente» vinto i Fratelli Musulmani e il Paese sarà più permeabile all’instabilità e alle proteste. Una partecipazione compatta degli elettori sarà invece il segno, innanzitutto, di un sostegno all’operato del governo e alla linea del re.

Non sorprendono, dunque, i ripetuti appelli alla partecipazione che il governo sta lanciando in questi giorni: il 6 gennaio il primo ministro Ensour ha incontrato le delegate delle organizzazioni femminili, per invitare le donne a votare. Il giorno dopo il premier ha incontrato 500 delegati dei 10 campi profughi palestinesi ospitati in Giordania: anche a loro ha rivolto un pressante appello al voto. In particolare il primo ministro ha sottolineato che gli elettori non devono cedere alla tentazione di «vendere» la propria preferenza. La vendita del voto è un reato che in Giordania può essere punito con 5 anni di detenzione e che, secondo l’opposizione, dipende dalla disaffezione provocata sugli elettori di un sistema elettorale poco rappresentativo. La stampa favorevole al fronte islamico, poi, ha pubblicato la notizia di voci circolanti nelle città e nei campi profughi secondo cui le autorità sarebbero intenzionate a togliere la nazionalità giordana a quei cittadini di origine palestinese che con esercitassero il proprio diritto di voto.

Il 17 gennaio il ministro delle Comunicazioni, Samih Maayath, ha esortato gli operatori dei media a svolgere un ruolo attivo nell’invitare gli elettori a recarsi ai seggi.

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