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Tarek Mitri: I cristiani siano attori del cambiamento, non solo osservatori

Manuela Borraccino
11 settembre 2012
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Tarek Mitri: I cristiani siano attori del cambiamento, non solo osservatori
Tarek Mitri (foto M. Borraccino)

Non ci sarà benessere per i cristiani disgiunto da quello dei loro concittadini. È il monito del politologo libanese Tarek Mitri, 62 anni, greco-ortodosso. Più volte ministro della Repubblica Libanese, Mitri è tra le personalità più impegnate nel dialogo ecumenico. Invita i cristiani ad essere «attori del cambiamento» e a non restare «ripiegati sulle proprie comunità».


(Beirut) – Non ci sarà benessere per i cristiani disgiunto da quello dei loro concittadini. È il monito che il politologo libanese Tarek Mitri, 62 anni, greco-ortodosso, rivolge dal suo studio all’Università Americana di Beirut. Già ministro degli Esteri, dell’Informazione e della Cultura, è tra le personalità più impegnate nel dialogo ecumenico. Lo studioso invita i cristiani ad essere «attori del cambiamento» piuttosto che restare «ripiegati sulle proprie comunità».

Professor Mitri, come guardano i libanesi al viaggio del Papa?
Penso che la maggior parte dei libanesi aspettino con entusiasmo questa visita, perché sanno che la Santa Sede ha sempre riservato una particolare attenzione al loro Paese. Nonostante tutte le difficoltà che ha attraversato, il Libano è sempre stato considerato dal Vaticano un simbolo di incontro, di dialogo, di pluralismo. Il Papa visita il Libano per parlare all’intero Medio Oriente, ma viene qui anche perché il nostro Paese è sempre stato considerato dai cristiani di tutto il mondo come una porta sul mondo arabo, ed il miglior luogo dal quale parlare agli arabi. Perciò credo che anche in questa occasione il Papa porterà un messaggio di speranza, coraggio e pazienza. A volte si trovano molte persone pazienti, ma talmente pazienti da diventare fatalistiche o rassegnate. Altri sono così coraggiosi che diventano avventati. Forse è ora di trovare un equilibrio fra pazienza e coraggio, e quel che il Papa ci dirà bilancerà queste due attitudini.

Papa Wojtyla definì il Libano «un messaggio». Quell’intuizione è ancora attuale? 
È una frase che i libanesi amano ripetere e rievocare spesso. E io dico sempre che non si tratta tanto di un elogio per ciò che il Libano è, ma piuttosto un appello a questo Paese a compiere pienamente la sua vocazione: è una chiamata, piuttosto che una dichiarazione di uno stato di fatto, visto che il nostro Paese è stato per molti anni il campo di battaglia delle guerre regionali. In realtà abbiamo fallito nell’essere il messaggio che Giovanni Paolo II voleva che fossimo: quindi lo considero soprattutto un appello ad essere fedeli alla nostra vocazione, a diventare ciò che questo Paese potrebbe e dovrebbe essere.

Lei pensa che sia un obiettivo realistico, considerate le tensioni che attraversano il Paese?
Ciò che rende il Libano unico è la sua pluralità religiosa e allo stesso tempo il desiderio delle comunità di vivere insieme. Ed il successo di questa convivenza è in se stesso un messaggio, proprio perché in molte parti del mondo il pluralismo religioso è una fonte di divisione, e rende gli Stati precari e fragili. Ora, il Libano è stato precario ed è senz’altro fragile, ma è sopravvissuto ai molti conflitti interni che hanno dilaniato i libanesi e ha imparato a sopravvivere. Malgrado tutte le guerre, il desiderio di vivere insieme è ancora vivo, l’utopia della convivenza è ancora molto forte ed è parte dell’immaginario collettivo dei libanesi: ogni libanese pensa a se stesso come parte di una società pluralista, nessuno vorrebbe vivere senza gli altri in Libano. Quindi c’è il potenziale per essere un messaggio, per così dire, un messaggio di diversità nella unità nazionale. Ma è una sfida che va affrontata ogni giorno, e non c’è una ricetta: si tratta di reinventare ogni giorno questo vivere insieme nelle nostre istituzioni e nella nostra società.

Ritiene che, nonostante tutto, questa unità nazionale esista?
No, non penso che esista. Però ci sono stati momenti nella nostra storia recente, ad esempio nel 2005, nei quali abbiamo sperimentato l’emersione di un’identità nazionale, seguiti poi da altre fasi nei quali il ripiegamento all’interno delle nostre identità comunitarie è stato più forte di quell’anelito verso una comune nazione. E ancora oggi ci chiediamo cos’è che ci tiene insieme: sono domande che attraversano i diversi aspetti della nostra vita sociale e politica, quando discutiamo sulla riforma della legge elettorale o sullo stato delle nostre istituzioni. Il Libano oscilla tra questi due poli dalla sua fondazione: ci sono momenti della nostra storia in cui riaffermiamo il desiderio di uno Stato e di un solo esercito, ed altri in cui i legami con le nostre comunità e con i partiti politici che ne sono espressione sono molto più forti della fedeltà verso lo Stato. C’è anche da dire che in Libano talvolta lo Stato non viene considerato qualcosa da costruire insieme, ma qualcosa che ci spartiamo, come fosse una torta e ciascuno prende una fetta. Da tutte queste ragioni deriva la precarietà del Libano, ma le cose cambieranno. E penso che quando il cambiamento avverrà in Siria, e non c’è dubbio che tutto cambierà in Siria, la situazione cambierà anche in Libano.

Il Papa giunge in Libano due anni dopo il Sinodo, in un Medio Oriente diverso da com’era nel 2010. Quali saranno gli effetti del viaggio?
L’esortazione apostolica post-sinodale (che Benedetto XVI firmerà a Beirut il 14 settembre – ndr) apre delle prospettive ampie per i cristiani della regione e ci invita a riflettere sul nostro ruolo e vocazione nel lungo periodo. Il fatto è che in questa parte del mondo siamo talmente preoccupati dal giorno per giorno che talvolta perdiamo di vista il lungo periodo. Basta guardare a quel che è accaduto con le Primavere arabe: dopo l’iniziale entusiasmo, hanno preso piede la disillusione e il disappunto. Ma in realtà è prematuro essere delusi. Personalmente non lo sono: penso che quanto sta succedendo sia tremendamente importante e che la libertà conquistata non verrà mai più tolta.

Lei è tra coloro che cercano di minimizzare le paure dei cristiani per la nuova fase storica che si è aperta. Perché?
I cristiani sono preoccupati. Talvolta le loro paure sono esagerate, talaltra sono istigate, oppure esasperate dai loro leader. Questo è un grave errore, poiché il ruolo dei leader dovrebbe essere quello di placare e di esorcizzare le paure, anziché esacerbarle. Io penso che l’interrogativo fondamentale non riguardi le paure o l’esasperazione delle paure: penso che la domanda cruciale sia se preoccuparsi della mera sopravvivenza o prepararsi a giocare un ruolo più grande nell’essere testimoni di Cristo in questa parte del mondo.

Quali sono i tratti salienti dei due diversi approcci messi in atto dai cristiani?
Un primo approccio vede le minoranze cristiane centrate su se stesse e ripiegate. L’altro, e credo che sia quello che è emerso vincente dal Sinodo, e che il Papa ha ribadito, vede i cristiani esercitare una maggiore influenza sulla realtà e senza essere separati dal resto della società, con un ruolo in questo processo di cambiamento, con una sollecitudine per il futuro di tutti e non solo per quello delle proprie comunità. Perché non c’è futuro per i cristiani che sia distinto da quello dei loro Paesi: se i nostri Paesi saranno in pace, più democratici e rispettosi dei diritti di tutti i cittadini, anche i cristiani staranno bene. È il perseguimento del bene comune ciò che rende migliore la vita e la situazione dei cristiani.

Lei ha criticato l’allarmismo dei patriarchi e dei capi religiosi delle Chiese su quanto sta avvenendo in Siria. Perché ritiene che i loro timori siano infondati?
Ci sono diversi leader cristiani che affermano che l’alternativa alla dittatura laica del presidente Bashar al-Assad sarebbe una dittatura islamica. Questo non è vero. E poi c’è il problema di fondo: noi cristiani dobbiamo essere parte dell’alternativa e quindi parte del cambiamento in corso. A volte alcuni leader cristiani parlano e si comportano da osservatori, ma il punto è che non possiamo permetterci di essere osservatori: dobbiamo essere attori del cambiamento. C’è una dittatura, e c’è un processo di cambiamento. Dobbiamo essere parte del cambiamento. Non puoi sederti ad aspettare che si formi una nuova realtà politica, altrimenti saremo sempre ai margini, e questo è purtroppo quanto sta facendo la maggior parte dei cristiani siriani.

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