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Elias Khuri: Via il confessionalismo per salvare il Libano

Manuela Borraccino
25 settembre 2012
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Elias Khuri: Via il confessionalismo per salvare il Libano
Lo scrittore palestinese Elias Khuri.

I palestinesi devono riorganizzarsi e inventare «una legittima terza intifada». Così lo scrittore Elias Khuri, 64 anni, uno degli intellettuali libanesi più letti e apprezzati al mondo, guarda alla causa da sempre presente nei suoi romanzi, saggi, opere teatrali. Secondo Khuri il superamento del confessionalismo è cruciale per la stabilizzazione del Libano.


(Beirut) – I palestinesi devono riorganizzarsi e inventare «una legittima terza intifada». Così lo scrittore Elias Khuri, 64 anni, uno degli intellettuali libanesi più letti e apprezzati al mondo, guarda alla causa da sempre presente nei suoi romanzi, saggi, opere teatrali. Direttore della rivista Journal of Palestine, docente di Letteratura araba alla Columbia University di New York, Khuri vede nel superamento del confessionalismo il passo cruciale da compiere per la stabilizzazione del Libano, alla quale contribuirà anche «l’ormai prossima caduta del regime siriano».

Professor Khuri, nel romanzo del 1981 Facce bianche (Einaudi 2007), lei ha raccontato la violenza sistemica durante la guerra: violenza all’interno delle coppie, nelle famiglie, nei condomini, tra interi quartieri, tra libanesi e palestinesi. Come è stato possibile tornare a vivere insieme?
In quel romanzo c’era la violenza che ha travolto Beirut, certo, ma anche il paradosso della violenza come forma di comunicazione fra le persone e le comunità. Per capire le lacerazioni dell’oggi dobbiamo guardare alla guerra civile fra cristiani e musulmani del 1860 sul Monte Libano, e alla creazione del nuovo Libano condotta dal mandato francese negli anni ’20 sulla base di quella stessa malattia che aveva portato alla guerra civile dell’800. Perché l’intrinseca fragilità del Libano è determinata da questo sistema politico e sociale confessionale che è contrario alla cittadinanza e con il quale una guerra civile o un intervento straniero restano sempre dietro l’angolo: è la struttura che è malata in sé, è il sistema che andrebbe riformato.

Con la storia di Yalo (Einaudi 2009) ha affrontato il dopoguerra e la «maledizione dell’identità». Come giudica la situazione oggi?
Non penso che dalla fine della guerra sia cambiato molto: l’occupazione siriana che ha devastato la vita politica e sociale in Libano è finita, ma non possiamo dire di essere fuori dal tunnel. Se e quando scoppierà una nuova guerra, stavolta sarà fra sunniti e sciiti, visto che questi ultimi non intendono essere marginalizzati di nuovo. In questo contesto, la fine del regime siriano non potrà che ridisegnare la mappa dell’intera regione: la caduta di Bashar al Assad avrà certamente delle ricadute positive sul Libano, ma ci vorrà ancora parecchio tempo. Finché la costruzione di una piena cittadinanza al di là del confessionalismo non verrà considerata la priorità nazionale, non sorgerà un’efficace società civile in Libano e il Paese resterà nelle mani delle forze regionali.

Quali condizioni dovrebbero essere poste in essere perché questo avvenga?
Io resto ottimista perché le Rivoluzioni in Tunisia, Egitto e Libia e quella in corso in Siria hanno avviato una nuova stagione che non potrà che avere effetti positivi sul Libano. Le Rivoluzioni arabe hanno rappresentato una grande lezione della storia: è vero che non c’era un pensiero politico e una leadership dietro queste rivolte, ma tali movimenti rappresentano un’esplosione dal di dentro delle società arabe, qualcosa di dirompente e irripetibile che non vedevamo da decenni. Non c’è un modello storico valido per tutti a tutte le latitudini, come avvenuto ad esempio con la Rivoluzione francese o con quella russa: questa è la lezione della storia data dal mondo arabo. E penso che gli intellettuali dei vari Paesi debbano assumere ruoli e responsabilità nel processo in corso.

In La Porta del Sole (Einaudi 2004) lei ha raccontato la tragedia dei palestinesi e la negazione dei loro diritti civili e politici in Libano. Perché anche dopo la fine della guerra non si è mai riusciti ad alleviare la loro situazione?
Tanto per cominciare, io penso che ai palestinesi siano negati i diritti umani fondamentali, non solo quelli civili e politici. Ed anche questa situazione è una conseguenza dell’ideologia malata e anacronistica del sistema confessionale libanese. Com’è noto, la ragione principale alla base dell’emarginazione dei palestinesi in Libano è determinata dal fatto che la maggior parte di loro sono sunniti: ieri erano i cristiani che si opponevano alla loro integrazione, oggi sono gli sciiti. La battaglia per i diritti dei palestinesi è dunque parte della battaglia civile per il progresso del Libano, per il superamento del sistema confessionale.

Come guarda alla fine del processo di pace?
Il punto è proprio questo: la battaglia per la patria dei palestinesi deve riprendere, e l’acquisizione dei loro diritti in Libano è uno degli strumenti per riprendere la lotta. I palestinesi hanno il diritto al ritorno che è stato loro riconosciuto dalla comunità internazionale, dalle Risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ritengo pertanto che il problema oggi sia quello di definire la nuova strategia da adottare dopo il fallimento della prima e, soprattutto, della seconda intifada.

Come far ripartire i negoziati?
Di quali negoziati stiamo parlando? Gli israeliani non vogliono alcun negoziato perché non vogliono uno Stato palestinese. Si tratta di inventare una terza intifada, con i legittimi mezzi di sempre: politici, diplomatici, popolari… A partire dal dinamismo che abbiamo visto imprimere alla storia dei nostri Paesi negli ultimi tempi. Del resto, chi avrebbe mai potuto immaginare le Rivoluzioni arabe? Nessuno da queste parti avrebbe potuto immaginare appena due anni fa quello che stava per accadere in Tunisia, in Egitto, in Libia, men che mai in Siria. I palestinesi hanno i mezzi per riorganizzare la lotta per il conseguimento del loro progetto: la patria. La seconda intifada è stata una sconfitta su tutta la linea: ora si tratta di riprendere la lotta, con una nuova strategia.

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