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Rabbino Di Segni, Gerusalemme tra memoria e futuro

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30 luglio 2012
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Rabbino Di Segni, Gerusalemme tra memoria e futuro
Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni.

Il numero di luglio-agosto 2012 del bimestrale Terrasanta ospita un’intervista di Manuela Borraccino a rav Riccardo Di Segni, medico radiologo che dal 2002 ricopre la carica di rabbino capo di Roma. Qualcuno ne critica la ruvida franchezza, altri ne apprezzano l’onestà intellettuale nel sottolineare i limiti del dialogo interreligioso. Vi proponiamo alcuni brani dell’intervista.


(Milano) – Il numero di luglio-agosto 2012 del bimestrale Terrasanta ospita un’intervista di Manuela Borraccino a rav Riccardo Di Segni. Medico radiologo 63 enne, ricopre dal 2002 la carica di rabbino capo di Roma. Alcuni ambienti ecclesiastici lo criticano per aver riportato una certa ruvida franchezza nei rapporti fra mondo ebraico italiano e Chiesa cattolica. Ma Di Segni si è fatto anche sempre più apprezzare dentro e fuori la comunità ebraica per l’onestà intellettuale con cui ha sottolineato limiti e aporie del dialogo interreligioso. Di seguito vi proponiamo alcuni brani dell’intervista.

***

Quando è stato per la prima volta in Israele?
Faccio risalire la prima volta che sono stato in Israele a quando ero ancora nel grembo di mia madre, nel 1949: dopo la guerra e la Shoah, era andata a trovare i genitori prima che nascessi. I miei nonni erano rumeni, mio nonno faceva il rabbino in Bulgaria. Come avevano fatto in massa gli ebrei bulgari, con l’instaurazione del regime comunista dopo il 14 maggio 1948 si erano trasferiti nel neonato Stato di Israele. Personalmente, visitai per la prima volta Israele nel 1966, a 17 anni.

Cosa ricorda di quel viaggio?
Ricordo soprattutto la guida turistica, un carissimo ragazzo che aveva appena qualche anno più di me, e che non rividi più perché morì l’anno dopo, durante la guerra dei Sei giorni. Ricordo le condizioni spartane del viaggio, oggi quasi impensabili: si viaggiava in camionette, con le associazioni giovanili ebraiche, visitando il Paese in lungo e in largo, compreso il torrido deserto del Neghev… Altro che aria condizionata! Chi aveva dei parenti li andava a trovare nei finesettimana liberi, ed io stavo con le famiglie dei miei zii, il fratello e la sorella di mia madre.

Era l’epoca degli halutzim, i pionieri…
Anche noi dovevamo lavorare in kibbutz per guadagnarci il pane. Un’esperienza indimenticabile (ride), fra il caldo e la fatica… Eravamo nel kibbutz di Sde Eliahu, sotto Beisan. Un giorno venni portato all’alba a zappare in un campo di alberi con un altro ragazzo, lasciati con un’enorme tanica di acqua. Lì per lì non capimmo a cosa servisse. Quando ci vennero a riprendere, l’avevamo svuotata!

Come guarda allo stallo del processo di pace, e in particolare allo scontro sempre più aspro che alcuni analisti israeliani definiscono uno scontro «fra israeliani ed ebrei», fra laici e nazional-religiosi nel Paese?
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Lo stallo del processo di pace non risale agli ultimi anni ma affonda le radici negli scorsi decenni: è un processo estremamente complesso, nel quale si alternano speranze e arresti. Anche le divisioni all’interno della società israeliana e del mondo ebraico sono molto antiche, ed esistono anche all’interno del cosiddetto fronte laico, e tra le stesse fila dei «religiosi». Questa ampiezza di sfumature e talvolta di differenze radicali, fino alle spaccature, fa parte dell’esperienza ebraica ed è aumentata con la nascita dello Stato di Israele e con le diverse elaborazioni politiche dei problemi della terra, del sionismo, del rapporto con i palestinesi, della natura dello Stato di Israele. L’unità del popolo ebraico è più un mito o un ideale che una realtà: il popolo ebraico è dinamico, lacerato, e portato a esplorare da mille punti di vista diversi i problemi.

Come spiega la contraddizione fra il patrimonio sapienziale della Bibbia, la tensione verso la giustizia così centrale nell’ebraismo, e l’espropriazione delle terre palestinesi legittimata proprio dai settori più religiosi del Paese?
L’impostazione della sua domanda tradisce a mio avviso un’ottica molto cristiana della questione: Herbert Pagani disse una volta che «Israele è l’unico posto dove quando i coloni vanno a scavare trovano le ossa dei loro antenati». È vero che ci sono estremismi, ma non solo fra gli ebrei: occorrerebbe giudicare caso per caso. Quanto al problema della giustizia, è interessante notare che i cristiani hanno rinfacciato agli ebrei fino a poco tempo fa di essere una religione della giustizia contrapposta a quella dell’amore, mentre ora si rinfaccia agli ebrei di non essere giusti: lo trovo alquanto paradossale. Ci sarebbe poi da aprire una riflessione su come i cristiani leggono i passi delle Sacre Scritture che riguardano le promesse che Dio fa al popolo ebraico di possedere la terra. In realtà su questo la tradizione cristiana già si è espressa nei secoli passati. È il 70 d.C. l’anno al quale si fa risalire la prima vera frattura con i cristiani: gli ebrei perdono il diritto alla terra proprio per non aver riconosciuto Gesù. C’è quindi una radicata difficoltà da parte della teologia cristiana di comprendere il diritto religioso del popolo ebraico alla terra. Lei ha posto un problema politico che va affrontato con categorie politiche. Ma accanto a questo c’è anche un problema teologico profondo, che contrappone da molti secoli la Chiesa e il mondo ebraico che, a mio avviso, dovrebbe entrare a pieno titolo fra i temi del dialogo.

Ha mai pensato di trasferirsi in Israele?
Ci ho pensato per moltissimo tempo. Ma non sono decisioni facili: più ci si inoltra nella maturità, più ci sono legami, esigenze della famiglia e del lavoro che ci allontanano dai nostri progetti giovanili.

Si dice che nessuna comunità ebraica sia più ostile alla Chiesa cattolica quanto quella romana, a causa della vicinanza e delle violenze patite sotto il Papato. È ancora oggi così?
Non mi ritrovo affatto in questa sua definizione. La nostra è ovviamente una comunità particolarissima proprio perché, avendo sofferto enormemente nei secoli passati il giogo dello Stato pontificio, ha elaborato una sua propria psicologia e sue peculiari, diciamo così, tecniche di sopravvivenza in ambiente avverso: ma dubito fortemente che siano esclusive di Roma, e che siano vissute ancora oggi. Teniamo presente che quello fra gli ebrei e i cristiani romani è sempre stato un rapporto ambivalente: da una parte c’è il rapporto del perseguitato nei confronti del persecutore, dall’altro c’è la quotidianità, ovvero la convivenza, i rapporti di amicizia che nascono fra appartenenti alla stessa città. Dirò di più: se qualcuno ci considera campioni dell’antagonismo – e, ripeto, non lo siamo – allora dovremmo essere considerati anche campioni del dialogo: basti pensare che per le visite che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno compiuto qui al Tempio Maggiore, il secondo accolto da me, abbiamo ricevuto reazioni molto differenti da parte delle comunità ebraiche in giro per il mondo: alcuni ci hanno applaudito, altri ci hanno riservato critiche feroci. Penso dunque che sia tutto relativo: dipende dalle realtà locali, ovvero dal punto di vista di chi osserva questa realtà.

L’inizio del pontificato di Benedetto XVI è stato accompagnato da alcune difficoltà, come la reintroduzione della preghiera «pro iudeis» del Venerdì Santo e il caso Williamson. Eppure nessun Papa quanto lui ha visitato così tante sinagoghe nei suoi viaggi apostolici…
Occorre innanzitutto considerare la personalità di questo Papa: Joseph Ratzinger appartiene a un gruppo di teologi per i quali il legame con l’ebraismo è una questione di primaria importanza. E questo non è affatto scontato: molti teologi non condividono questa sua linea. Ho l’impressione che il Papa guardi al dialogo con il mondo ebraico con assoluto rispetto: senza tenere conto di questo aspetto non si potrebbe comprendere l’insistenza sua e nostra sulle differenze fra di noi, che ad un esame superficiale potrebbe apparire fin troppo oppositiva. È difficile tradurre in atti mediatici questo rapporto di reciproco rispetto: diciamo che con questo Papa siamo in rapporti di buon vicinato, lontani da quegli slanci mediatici di entusiasmo che si erano visti con Giovanni Paolo II e che, a mio avviso, non erano privi di una certa ambiguità.

A cosa si riferisce in particolare?
Penso ad esempio al dibattito sul significato della definizione di «fratelli maggiori», penso ai rischi di sincretismo in incontri come quello di Assisi, penso alla beatificazione di Edith Stein e al vero e proprio filone editoriale nato intorno al valore esemplare per la Chiesa della sua conversione… Direi che con l’attuale Papa siamo in una fase diversa e molto particolare di un percorso di convivenza e vicinato.

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