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Storie di famiglie su sfondo iraniano

Giampiero Sandionigi
6 marzo 2012
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Storie di famiglie su sfondo iraniano

La notte degli Oscar, il 26 febbraio scorso, ha regalato a Teheran l’occasione di poter dire d’aver sconfitto Israele, che presentava una pellicola concorrente. Ma propaganda a parte, qual è il segreto del successo di "Una separazione", il film iraniano che ha incassato tanti consensi in Europa e Nord America?


La notte degli Oscar, il 26 febbraio scorso, ha regalato a Teheran l’occasione di celebrare una vittoria contro Israele. La pellicola iraniana Una separazione s’è infatti aggiudicata l’Oscar come miglior film straniero battendo altri quattro concorrenti, tra i quali anche l’israeliano Footnote, di Joseph Cedar. La televisione di Stato ne ha gioito rimarcando la notizia, benché in Iran il cinema sia guardato con sospetto da molti ambienti religiosi.

L’opera del regista Asghar Farhadi aveva incontrato i favori del pubblico in patria, ma anche collezionato consensi all’estero. Al Festival di Berlino, un anno fa, fece incetta di premi: l’Orso d’oro come miglior film, l’Orso d’argento per la miglior interpretazione femminile e per quella maschile, ma anche premi speciali come il Peace Award College e il riconoscimento assegnato dalla giuria ecumenica. Solo due giorni prima dell’Oscar, invece, Una separazione si era aggiudicato in Francia il Premio César per il miglior film straniero.

Ma qual è il segreto del successo di questo racconto cinematografico dall’incedere lento?

La colonna sonora passa inosservata. Scenografia e fotografia sono scarne. La forza della pellicola sta soprattutto nella sceneggiatura. Nel suo descrivere uno spaccato dell’Iran odierno, bigotto e laico insieme, che fa da sfondo a una vicenda familiare munita del vigore di una storia apolide, universale. Ambientata a Teheran, potrebbe accadere ovunque.

La prima inquadratura mostra una coppia borghese seduta davanti a un giudice che è solo una voce fuori campo: lei vorrebbe emigrare col marito e la figlia adolescente, lui non acconsente perché si sente obbligato ad accudire l’anziano padre, malato di Alzheimer. Nell’impossibilità di ricomporre il dissidio, la moglie chiede il divorzio, ma il magistrato respinge la richiesta e la narrazione entra nel vivo.

Ben presto a questa famiglia abbiente e istruita farà da contrappunto, e da antagonista, quella della badante ingaggiata per l’anziano malato. Oppressa dai bisogni economici e dall’osservanza impaurita dei precetti religiosi, la donna è costretta a lavorare, di nascosto da un marito inconcludente. A un certo punto un diverbio farà precipitare gli eventi e porterà nuovamente i protagonisti in tribunale. Il giudice (il pubblico) è chiamato a dirimere una lite che si fa via via più complicata col succedersi delle testimonianze.

La pellicola ritrae adulti irrisolti, sotto gli sguardi attoniti delle figlie che presto dovranno crescere, magari per ritrovarsi coinvolte in un gioco di ruoli che fino a quel momento non hanno compreso. Quasi che l’iniziazione, l’ingresso nel mondo adulto, preveda inevitabilmente il prezzo della perdita dell’innocenza.

Certo il film parla anche di Dio; un Dio muto e altrove, che però marchia e garantisce le relazioni sociali, in questo Iran contemporaneo.

L’epilogo della storia rimane appeso a un punto interrogativo che spiazza lo spettatore, forse a chiamarlo in causa perché anche lui dica la sua.

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