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Attivista libica: «Ci mancano veri leader, ma non finiremo come la Somalia»

Manuela Borraccino
30 marzo 2012
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Attivista libica: «Ci mancano veri leader, ma non finiremo come la Somalia»
Iman Bugaighis.

«Viviamo sommersi dalle armi e in ogni singola casa se ne trovano di pesanti e di piccolo calibro: ma la Libia non farà la fine della Somalia». Iman Bugaighis, attivista della rivolta libica, racconta così a Terrasanta.net le difficoltà del dopo-Gheddafi. L’abbiamo incontrata a Torino, in occasione di un convegno organizzato dall’Istituto Paralleli.


(Milano) – «Viviamo sommersi dalle armi e in ogni singola casa se ne trovano di pesanti e di piccolo calibro: ma la Libia non farà la fine della Somalia». Iman Bugaighis, attivista della rivolta libica, racconta così a Terrasanta.net le difficoltà del dopo-Gheddafi. L’abbiamo incontrata a Torino, in occasione del convegno La Libia dopo Gheddafi. Una ricostruzione complessa, organizzato dall’Istituto Paralleli.

«Le priorità oggi sono: costituire quanto prima un esercito che possa ristabilire la sicurezza, eleggere i legittimi rappresentanti del popolo con le elezioni del prossimo 23 giugno e sbarazzarsi del Consiglio nazionale di transizione, che è incapace di governare», dice Bugaighis. Professore associato di odontoiatria a Bengasi, la dottoressa rivendica di esser stata tra i primi manifestanti che il 17 febbraio 2011 si sono riuniti davanti al tribunale di Bengasi: «Eravamo lì per chiedere una Costituzione, all’inizio non ci sognavamo nemmeno di chiedere la caduta del regime. E se qualcuno mi avesse detto che Gheddafi sarebbe stato ucciso di lì a pochi mesi, non ci avrei mai creduto».

L’ordine impartito dal rais alle forze dell’ordine, racconta, fu fin dall’inizio quello di sparare sui manifestanti e di violentare le donne che rifiutavano di tornare a casa: «Eppure, nonostante tutto, siamo rimasti per giorni davanti al tribunale: non era più una questione di sopravvivenza personale, ma di destino collettivo». «Quando abbiamo cominciato ad avere notizia delle prime defezioni tra i fedelissimi di Gheddafi, e che l’Onu stava votando una risoluzione per intervenire, abbiamo capito che avevamo qualche possibilità di farcela. L’intervento dell’Occidente è stato cruciale e siamo molto grati per questo».

Dopo esser stata per molti mesi portavoce del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) presieduto da Mustafa Abdel Jalil, Iman Bugaighis ha lasciato l’incarico da qualche settimana e oggi definisce «completamente inetti» anche i membri del governo ad interim che sta traghettando la Libia verso la democrazia, dopo 42 anni di dittatura. «Gli attuali dirigenti sono completamente incapaci, e il Paese sta andando avanti da solo, senza di loro. Avremmo bisogno di individuare dei leader ma è difficile dopo 42 anni di dittatura trovare qualcuno, uomo o donna, non compromesso con il passato regime, che abbia sufficiente fiducia in se stesso per proporsi sulla scena politica. Inoltre è molto difficile stabilizzare il Paese mentre siamo circondati dai familiari e dai lealisti del defunto Colonnello che continuano, con le armi e con il denaro, a fare di tutto per cercare di destabilizzare il Paese e impedire la ricostruzione. I confini sono aperti ed entra di tutto. Una parte della famiglia Gheddafi si trova in Algeria, uno dei figli è in Niger, altri in Egitto. E il Cnt è incapace di fare pressioni su quei Paesi perché consegnino questi criminali per processarli».

Secondo Bugaighis il problema del disarmo può essere superato solo se si lavora, anche con l’aiuto della comunità internazionale, all’addestramento e alla nascita di un esercito: «Ogni famiglia oggi è armata e credo sia già un miracolo che le armi non vengano usate per massacrarci a vicenda. Chi sono i miliziani? Sono medici, ingegneri, operai: cittadini che avevano una vita e un lavoro prima della rivoluzione, e che si sono riuniti per difendere le loro città e villaggi e per liberare il Paese. Le città sono sicure proprio perché tutti hanno le armi. Io torno a casa dalla facoltà alle undici di sera e nessuno mi disturba: sono tranquillissima e le strade sono più che sicure. Inoltre la maggior parte di quelli che hanno in mano le armi non appartengono alle tribù, e anche questo è significativo: sono espressione di quel 15-20 per cento di libici che non fanno parte della struttura clanica, e che hanno rigettato con forza le ipotesi di spartizione della Libia. Ora cercano di tornare alla loro vita precedente e volontariamente stanno riconsegnando le armi».

Secondo la Bugaighis anche l’eventualità dell’adozione della sharia, la legge religiosa musulmana, come fonte del diritto è «un falso pericolo». «L’islamofobia che avete in Occidente deve cambiare», avverte. «Tanto per cominciare dovete rendervi conto che la Libia è un Paese molto più omogeneo di altri: siamo al 100 per cento musulmani moderati sunniti. E poi questa è l’era islamica: guardate all’ascesa dell’Islam politico in Turchia, in Tunisia, in Egitto… Peraltro la Turchia sta ottenendo molto di più sul piano economico e sociale senza unirsi all’Unione Europea che non con l’adesione».

In tale ottica, rimarca la docente universitaria, va letta senza drammatizzare anche la condizione delle donne: «Siamo state in tantissime a partecipare alla rivolta, e in Libia godiamo sicuramente di più diritti che altrove. Certo, il nostro è un Paese conservatore dove il ruolo pubblico delle donne è limitato, e dove sicuramente continuiamo a subire anche all’interno delle famiglie una certa oppressione da parte degli uomini: ma mi lasci dire che le donne in Libia lavorano, hanno pari opportunità e pari salari rispetto agli uomini. Che piaccia o no siamo un Paese islamico e questo codice, inscritto più nella mentalità dominante che nella religione, è parte delle nostre radici: io stessa sono una musulmana praticante, ma non indosso il velo, lavoro e guido l’automobile, e come vede non ho alcun problema a rilasciare interviste o a parlare in pubblico. La marginalizzazione delle donne nella vita pubblica è un rischio reale e per questo dobbiamo lavorare per avere delle tutele nella Costituzione, ma non penso che ancorare la legislazione alla sharia possa peggiorare la situazione delle donne: la Libia non è né l’Arabia Saudita né l’Iran».

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