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L’Egitto senza pace

Terrasanta.net
19 dicembre 2011
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In Egitto ancora morti, feriti e mancato rispetto dei diritti umani da parte delle autorità, dopo il secondo turno delle elezioni, celebrato la scorsa settimana. Secondo il ministero della Salute egiziano, infatti, sono almeno 10 i morti e circa 500 i feriti degli sconti tra manifestanti e polizia che si sono susseguiti da venerdì 16 ad oggi.


(Milano/c.g.) – In Egitto ancora morti, feriti e mancato rispetto dei diritti umani da parte delle autorità, dopo il secondo turno delle elezioni, celebrato la scorsa settimana. Secondo il ministero della Salute egiziano, infatti, sono almeno 10 i morti e circa 500 i feriti degli sconti tra manifestanti e polizia che si sono susseguiti da venerdì 16 ad oggi.

Per liberare piazza Tahrir, al Cairo, l’esercito ha attaccato i manifestanti con manganelli e gas lacrimogeni. Non solo: un video pubblicato sul sito di Al Jazeera mostra un militare sparare ad altezza uomo contro la folla.

Nonostante le violenze dell’esercito, tuttavia, secondo alcuni osservatori nell’opinione pubblica egiziana sta crescendo la simpatia per la giunta militare, considerata l’unica istituzione in grado di mettere ordine in un Paese in rivolta da ormai troppi mesi. Un fatto che ha indignato l’opinione pubblica desiderosa di tranquillità, è stato l’incendio avvenuto a margine degli scontri sabato 17, che ha mandato in fumo parte della biblioteca dell’Istituto Scientifico della capitale, istituzione fondata da Napoleone Buonaparte nel 1789. Nell’incendio sono andati perduti documenti d’inestimabile valore sulla storia del Paese. Non è chiaro chi abbia provocato l’incendio. Egyptian cronicles, blog indipendente egiziano molto seguito, mostra però un video nel quale i manifestanti, di fronte all’istituto, si danno da fare nel recuperare documenti e antichi codici buttati in strada dai vandali.

In Egitto, Internet continua a far paura a chi governa. Secondo Al Jazeera, il 14 dicembre un tribunale militare ha condannato a due anni di prigione -oltre a una multa pari a 33 dollari -, il blogger Maikel Nabil. Il 26enne è stato il primo attivista internauta ad essere arrestato da quando, lo scorso febbraio, una giunta militare ha sostituito Hosni Mubarak alla guida del Paese. L’arresto di Nabil ha fatto seguito alla pubblicazione sul suo blog di dure critiche alla giunta, oltre che alla diffusione di una campagna contro la leva militare. Tra le notizie diffuse da Nabil, il fatto che i militari avessero usato violenza contro i manifestanti, avessero utilizzato il Museo Egizio del Cairo come luogo di tortura per i civili e l’imposizione ad alcune delle manifestanti di un test sulla verginità. Dopo la prima condanna a tre anni, ad agosto Nabil ha intrapreso per protesta uno sciopero della fame che ha indotto la giunta militare a una revisione della condanna.

Molti si ricorderanno che in Egitto la protesta iniziò proprio attraverso la Rete: Wael Gohim, un giovane ingegnere informatico, lo scorso febbraio pubblicò su Internet alcune foto di Khaled Said, un ragazzo ucciso dalla polizia senza motivo. Fu l’inizio della mobilitazione popolare e la fine del regime di Hosni Mubarak.

In questi giorni un altro blogger egiziano, Alaa Abd El Fattah è detenuto in carcere con l’accusa di aver contribuito a provocare gli scontri tra forze armate e manifestanti cristiani nel quartiere Maspero della capitale, a fine ottobre. Fattah aveva sostenuto sul suo blog che il responsabile delle vittime della manifestazione fosse l’esercito egiziano. Fattah, che è stato arrestato lo scorso 30 ottobre, a differenza di molti altri detenuti la scorsa settimana ha potuto votare al secondo turno delle elezioni egiziane; il diritto di voto non gli è stato revocato proprio perché Fattah – a un mese e mezzo dal suo arresto – è ancora in attesa di giudizio.

Ma l’Egitto non è l’unico Paese ad usare il pugno di ferro con gli attivisti della rete. Secondo la Bbc, la polizia del Barhain ha arrestato nei giorni scorsi Zainab al Khawaja, blogger e attivista dei diritti umani, durante una protesta nella capitale Manama. Zainab, che è la figlia di un esponente dell’opposizione del regime al potere in Barhain, si era rifiutata di allontanarsi da un sit-in di protesta ed è per questo stata trasportata via dalla polizia assieme a un’altra manifestante.

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