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Il vescovo Ballin dall’Arabia: Il fondamentalismo è l’ostacolo maggiore

Lucia Balestrieri
2 novembre 2011
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Il vescovo Ballin dall’Arabia: Il fondamentalismo è l’ostacolo maggiore
Il vescovo Camillo Ballin, responsabile del vicariato apostolico dell'Arabia Settentrionale.

Il fondamentalismo islamico riguarda «circa il 5 per cento della popolazione musulmana eppure condiziona la maggioranza», ed è in grado di minacciare la sopravvivenza dei cristiani nell’area del Golfo. Lo spiega a Terrasanta.net il vescovo Camillo Ballin, vicario apostolico per l’Arabia settentrionale.


(Milano) – Il fondamentalismo islamico riguarda «circa il 5 per cento della popolazione musulmana eppure condiziona la maggioranza», rischia di inficiare le istanze sociali della Primavera araba, è in grado di minacciare la sopravvivenza dei cristiani nell’area e «ha bloccato negli ultimi anni qualsiasi possibilità di acquisire maggiori diritti religiosi per i milioni di cristiani immigrati nel Golfo per ragioni di lavoro». A parlare, in una conversazione con Terrasanta.net, è il vescovo Camillo Ballin, (67 anni) missionario comboniano, una vita passata nelle terre dell’islam e, da maggio scorso, vicario apostolico per l’Arabia settentrionale, una vasta regione che comprende l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar e il Bahrein. Nella sua «diocesi» di sabbia e petrolio vivono, con differenti tonalità di libertà religiosa, circa 2 milioni di cattolici: un milione e mezzo di loro sono in Arabia Saudita e non godono di alcun diritto di culto.

«Trent’anni fa, il fondamentalismo islamico non esisteva. Da quando ha cominciato a far sentire la sua voce con sempre maggior virulenza, non ci sono stati più progressi per la Chiesa cristiana nel Golfo», spiega mons. Ballin. «L’unico passo avanti – precisa – è stato compiuto in Qatar dove nel 2009 le autorità hanno concesso l’apertura di alcune chiese, tra cui la cattedrale cattolica Nostra Signora del Rosario. Ma anche ciò è avvenuto tra mille difficoltà e polemiche interne». Fino ad allora i 200-300 mila cattolici immigrati, come gli altri cristiani, dovevano pregare «clandestinamente» nelle proprie case.

In questi ultimi mesi il vento della rivolta araba ha toccato anche i Paesi del Golfo, suscitando tra i cristiani «grande preoccupazione per il loro futuro». «Temono infatti – rimarca il vescovo – di perdere il lavoro e di essere rimpatriati nei paesi di provenienza, soprattutto Filippine e India. L’instabilità politica li spaventa e in nessun modo hanno preso parte alle proteste».

Pur tra indubbie difficoltà, tuttavia, le comunità cattoliche del Golfo sono estremamente vitali. In Kuwait, il Paese dell’area dove vi è maggiore libertà di culto, i circa 100 mila cattolici «affollano all’inverosimile le parrocchie locali, in un incredibile mosaico di lingue e riti diversi». Sono quasi tutti stranieri anche se esiste una minuscola comunità di cristiani locali, come del resto in Bahrein. «Si tratta per lo più di cristiani di origine palestinese, divenuti poi cittadini del Kuwait o del Bahrein (dove lavorano circa 80 mila cattolici)». I numeri sono talmente piccoli che non vi è speranza – ad avviso di mons. Ballin – per l’affermarsi di una Chiesa autoctona. «Scompariranno, verranno assorbiti, attraverso matrimoni misti, dalla maggioranza musulmana», prevede il presule. Verso questi cristiani locale non vi è comunque «alcuna discriminazione»: «È ben peggiore la situazione in Egitto, tra musulmani e copti», osserva il vescovo. Per quanto riguarda invece le centinaia di migliaia di immigrati di altri Paesi, «difficilmente essi prenderanno la cittadinanza di un regno o un emirato del Golfo», anche se, sulla carta, la possibilità esiste, ad esempio, in Bahrein e in Kuwait.

Il maggior cruccio per la Chiesa continua a rimanere l’Arabia Saudita, dove ai cristiani è vietata qualsiasi forma di culto e dove non si intravedono spiragli di miglioramenti. «I cristiani pregano a casa loro, non è possibile fare altrimenti», commenta il vicario, che non può aggiungere altro, data la delicatezza del tema.

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