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L’emblema di Susya

Carlo Giorgi
22 settembre 2011
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L’emblema di Susya

Alla sedicesima edizione del Milano Film Festival – svoltasi nel capoluogo lombardo tra l’8 e il 19 settembre – il premio per il miglior cortometraggio in concorso, è andato a Susya. Opera di due giovani registi israeliani, il film racconta la vera visita di padre e figlio palestinesi a Susya, oggi sito archeologico ebraico a sud di Hebron, ma solo pochi anni fa ancora villaggio della Cisgiordania abitato da una comunità palestinese.


(Milano) – Alla sedicesima edizione del Milano Film Festival – svoltasi nel capoluogo lombardo tra l’8 e il 19 settembre – il premio per il miglior cortometraggio in concorso, è andato a Susya. Opera di due giovani registi israeliani, Dani Rosenberg e Yoav Gross, il film racconta in 15 minuti la vera visita di padre e figlio palestinesi a Susya, oggi sito archeologico ebraico a sud di Hebron, ma solo pochi anni fa ancora villaggio della Cisgiordania abitato da una comunità palestinese. Mohammad e Nasser, i protagonisti del cortometraggio, sono nati e hanno vissuto parte della loro vita nella Susya palestinese. Così, desiderando visitarla, acquistano come normali turisti il biglietto di ingresso al parco archeologico. Entrano nel sito, riconoscono la grotta in cui la loro famiglia ha vissuto per anni, ma poi vengono allontanati, nonostante il regolare biglietto, da una pattuglia dell’esercito israeliano avvertita dai custodi.

Dani Rosenberg e Yoav Gross, i registi di Susya, sono film-maker e video attivisti; entrambi lavorano per B’Tselem, organizzazione umanitaria israeliana in prima linea nella denuncia delle violazioni ai danni dei palestinesi. Gross, in particolare, dirige il dipartimento video dell’organizzazione, che si propone di documentare le violazioni registrate nei Territori Palestinesi, attraverso lo strumento delle immagini e la diffusione, tra i palestinesi, di macchine fotografiche e telecamere. Rosenberg, invece, lavora per B’Tselem come volontario, insegnando l’uso delle apparecchiature video ai giovani palestinesi.

«La storia narrata in Susya è un episodio realmente accaduto – ci spiega Rosenberg, che abbiamo incontrato a Milano in occasione del festival –. Mi trovavo nel parco archeologico di Susya con alcuni ragazzi palestinesi per girare delle immagini. Quando Nasser, uno di essi, ha pensato di chiamare suo padre Mohammad, per visitare la casa in cui avevano vissuto per anni, ho pensato: devo assolutamente filmare quel che succede; e così è nato il video. Si tratta di una storia molto semplice, di esseri umani che esprimono il desiderio di vedere la loro casa. In un contesto come quello dell’occupazione (israeliana dei Territori palestinesi – ndr), anche questa storia diventa complicata e drammatica».

Oggi, se si consulta una carta geografica, si può notare l’esistenza di tre Susya diverse: il prezioso e curato sito archeologico, dove troneggia un’antica sinagoga databile tra il quarto e il settimo secolo d.C.; un omonimo villaggio palestinese di recente formazione, sulla collina attigua, abitato dalle famiglie sfrattate che, fino agli anni ’Ottanta, risiedevano sopra il sito archeologico; infine, un moderno insediamento ebraico, sorto vicino alle rovine. «Susya, in fondo, è una metafora della situazione in cui viviamo – commenta Rosenberg -: mi colpisce molto la necessità israeliana di giustificare la situazione presente dell’occupazione, andando a scavare nella storia, mettendo in luce un antico sito archeologico ebraico; il tutto, ignorando che ci sono dei palestinesi che su quella terra ci vivono».

Nonostante i problemi messi in luce dal cortometraggio, però, il regista vede una possibile svolta nella situazione locale: «Negli ultimi due mesi ci sono state molte manifestazioni in Israele, contro la politica del governo – racconta Rosenberg -. L’impressione che si respira è che, purtroppo, presto potrebbe arrivare una nuova guerra: la richiesta di riconoscimento palestinese alle Nazioni Unite; quanto è avvenuto in Egitto e sta avvenendo in Siria, tutto rema in quella direzione… Ma questa volta, se dovesse accadere, credo che gli israeliani non lo accetteranno senza reagire e scenderanno in piazza a protestare».

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