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La seconda vita di Tibhirine

Lucia Balestrieri
13 settembre 2011
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Da quando, un anno fa, è uscito il film francese Des Hommes et des Dieux (Uomini di Dio nella traduzione italiana), un flusso continuo di persone si reca, ogni giorno, a Tibhirine, in Algeria. È questo il luogo, carico di emozioni, dove hanno vissuto i sette monaci trappisti rapiti e uccisi nel 1996, durante la guerra civile tra islamisti ed esercito.


(Milano) – «Avete visto il film?». La prima domanda rivolta ai visitatori che arrivano a Tibhirine, in Algeria, è sempre la stessa. Da quando, un anno fa, è uscito il film francese Des Hommes et des Dieux (Uomini di Dio nella traduzione italiana), un flusso continuo di persone si reca, ogni giorno, in quel luogo carico di emozioni, dove hanno vissuto i sette monaci trappisti rapiti e uccisi nel 1996, durante la guerra civile tra islamisti ed esercito. Padre Jean-Marie Lassausse, un frate che dal 2000 è stato incaricato dall’arcivescovo di Algeri di prendersi cura del monastero, ha smesso di tenere il conto dei visitatori. Sicuramente – riferisce alla stampa algerina che ha dedicato al fenomeno alcuni reportage – si tratta di migliaia di persone. Soprattutto algerini e francesi, ma non solo. Ai primi di settembre, a bussare alla porta del convento, si è presentato il nuovo ambasciatore statunitense, che si era insediato ad Algeri da appena sei giorni.

Padre Jean Marie si reca a Tibhirine quattro-cinque giorni a settimana. Aiutato da due lavoratori locali, Yussef e Samir, coltiva l’orto: pomodori, zucchine, fagiolini e poi mele, prugne, ciliegie. Quando non è occupato ad arare e a seminare , padre Jean Marie, fa il cicerone, un impegno che lo assorbe sempre di più. La storia la racconta quasi ogni giorno, seduto su un tronco nel cimitero: la vita quotidiana dei monaci trappisti, la loro decisione di rimanere nonostante i crescenti pericoli, il loro rapimento nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 da parte di un gruppo islamista, la loro uccisione ancora non del tutto chiarita nella dinamica. Christian, Luc, Paul, Celestin, Bruno, Michel, Christophe. Padre Jean Marie conosce la vita dei sette martiri, come se avesse sempre vissuto con loro. Della comunità di allora, solo due riuscirono a sfuggire al sequestro, Amedee e Jean-Pierre che, dopo la morte dei loro confratelli, lasciarono l’Algeria.

Malgrado gli sforzi e la buona volontà, padre Jean Marie non riesce tuttavia più a gestire il lavoro agricolo e i visitatori, molti dei quali si presentano senza preavviso. Ha chiesto rinforzi e, entro il mese di settembre, a dargli una mano, dovrebbe arrivare una coppia di francesi. Rimarranno per un anno, rinnovabile ad altre due.

Intanto è stata raccolta una colletta per restaurare il monastero. Una parte dei soldi è arrivato proprio dai produttori e dalla troupe di Des Hommes et des Dieux. Ma il problema di ripulire e dare un’imbiancata all’edificio non è in cima ai pensieri di padre Jean Marie e della piccola comunità cattolica in Algeria, riferisce la stampa locale. La vera posta in gioco è quella di far tornare una nuova comunità religiosa a Tibhirine. Diversi tentativi sono stati fatti dopo l’assassinio dei monaci, ma sono tutti falliti a causa di problemi burocratici e, soprattutto, della mancanza di volontari. Non per questo, padre Jean- Marie si arrende. «Bisogna vivere con lo sguardo sempre rivolto all’avvenire e continuare a trasmettere il messaggio pacifico dei monaci», ripete a chi lo va a trovare.

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