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Parigi, New York e la pace in Terra Santa

Giampiero Sandionigi
9 giugno 2011
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Parigi, New York e la pace in Terra Santa
Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé con Hillary Clinton, dopo un colloquio bilaterale a Washington il 6 giugno scorso. (foto Dipartimento di Stato Usa)

La Francia propone una nuova conferenza internazionale per la pace tra israeliani e palestinesi da tenersi entro l’estate a Parigi. L'intento è di rilanciare il dialogo interrotto nell'autunno 2010 e scongiurare che all'Onu vada in scena, di qui a settembre, un imbarazzante dibattito su uno Stato palestinese autoproclamato.


(Milano) – Ora ci prova la Francia. Almeno per poter dire, poi, di non esser stata con le mani in mano. Il 2 giugno scorso il suo governo ha reso pubblica una proposta di conferenza internazionale da tenersi entro l’estate a Parigi per far ripartire il processo di pace israelo-palestinese incagliatosi, per l’ennesima volta, nell’autunno 2010.

Il ministro degli Esteri Alain Juppé si è recato in Israele e nei Territori Palestinesi per presentare ai governi delle due parti una piattaforma di parametri per la ripresa dei negoziati. Durante un successivo incontro a Washington con il segretario di Stato Hillary Clinton, Juppé ha detto che «i palestinesi hanno reagito molto positivamente, mentre gli israeliani stanno riflettendo sulle proposte». Gli americani, da parte loro, ne prendono atto con un certo scetticismo.

La ragione di questa nuova iniziativa – venuta alla luce pochi giorni dopo che l’inviato speciale del governo statunitense per il Medio Oriente, George Mitchell, aveva gettato la spugna – la spiega il ministro francese: «Siamo preoccupati per quello che potrebbe accadere a settembre. Riteniamo che se da qui ad allora non succederà nulla, la situazione sarà molto difficile quando l’Assemblea generale [delle Nazioni Unite] discuterà una risoluzione sullo Stato palestinese. Sarà un momento non facile per noi europei, per i palestinesi e per gli israeliani».

Già, perché il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), con l’appoggio della Lega Araba, è deciso (come annunciato da tempo) a battere una strada alternativa ai negoziati: quella di farsi ammettere alle Nazioni Unite quale nuovo Stato membro. In realtà, per come stanno le cose, il progetto è poco più che un’azione diplomatica di disturbo, con poche reali possibilità di andare a buon fine.

L’articolo 4 della Carta dell’Onu stabilisce che l’ammissione di nuovi membri è «effettuata con decisione dell’Assemblea Generale su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza». Una raccomandazine che il Consiglio non farà, perché – salvo sorprese più che clamorose – gli Stati Uniti lo impediranno ricorrendo al proprio diritto di veto, come si sono impegnati a fare con Israele. Gli Usa, come altri protagonisti della scena internazionale, sono convinti che percorrere la via dell’Onu sia una decisione improvvida e controproducente. Da tempo ribadiscono che la situazione attuale in Terra Santa è insostenibile. L’unica stabile e vera soluzione, però, secondo loro non può venire che da un accordo tra israeliani e palestinesi.

Ciò è ben noto a tutti, ma il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, sembra deciso a tirar dritto, quasi volesse andare alla conta e far venire allo scoperto, in sede Onu, i favorevoli e i contrari all’indipendenza palestinese (incoraggiato dal fatto che un numero crescente di governi il riconoscimento del futuro Stato l’ha già espresso).

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz entro metà luglio le autorità palestinesi invieranno al segretario generale la richiesta d’ammissione all’Onu. Ban Ki-moon la inoltrerà al presidente di turno del Consiglio di sicurezza (la Germania) che porrà la questione all’ordine del giorno. A quel punto l’iniziativa dovrebbe naufragare, ma per l’Anp sarà interessante vedere come la questione verrà trattata e votata. E il tema della nazione palestinese potrebbe essere riproposto, in altri termini, durante i lavori della 66.ma sessione dell’Assemblea generale Onu, che si aprirà a New York, come da consuetudine, il secondo martedì di settembre (quest’anno il giorno 13).

Anche se può contare sull’appoggio degli Usa, decisivo in seno al Consiglio di Sicurezza, Israele si troverebbe in una situazione diplomatica imbarazzante, che potrebbe accrescere la sua sensazione di accerchiamento e creare qualche fastidio ai suoi alleati.

Insomma, settembre potrebbe essere un mese spiacevole per molti. Così la Francia veste i panni dell’artificere e spera di poter giocare una carta che convinca i palestinesi a lasciar perdere. Dovrà essere qualcosa di totalmente nuovo per riuscire nell’intento. Il processo di pace ha già deluso molte attese e il recente discorso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu davanti al Congresso Usa non ha certo contribuito a rasserenare gli animi dei suoi antagonisti arabi.

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