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Il nunzio al Cairo: l’Egitto che cerca la rotta si attende fiducia

Giampiero Sandionigi
20 maggio 2011
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Il nunzio al Cairo: l’Egitto che cerca la rotta si attende fiducia
L'arcivesovo Michael Fitzgerald (73 anni), nunzio apostolico in Egitto.

«Il futuro dell'Egitto resta molto incerto. Occorre lavorare per dare un buon indirizzo alle elezioni previste in autunno». Sono parole del nunzio apostolico in Egitto, mons. Michael Fitzgerald, che Terrasanta.net ha incontrato nei giorni scorsi a Milano. L'arcivescovo descrive lo stato delle relazioni ecumeniche e interreligiose all’indomani della primavera araba.


(Milano) – «L’Egitto attraversa un periodo di transizione e il futuro è molto incerto. Occorre lavorare per dare un buon indirizzo alle elezioni previste in autunno». Sono parole del nunzio apostolico in Egitto, mons. Michael Fitzgerald, che Terrasanta.net ha incontrato nei giorni scorsi durante un suo breve soggiorno a Milano. Gli abbiamo chiesto di parlarci dello stato delle relazioni ecumeniche e di quelle con i musulmani, all’indomani della primavera araba che nel gennaio scorso ha scosso il Paese rovesciando il regime del presidente Hosni Mubarak.

Signor nunzio, qual è lo stato dei rapporti ecumenici in Egitto oggi. La primavera araba ha avuto qualche influenza anche sulle relazioni tra i cristiani?
Direi che ci sono rapporti più o meno cordiali tra le diverse Chiese e autorità ecclesiali. Si può dire che la Chiesa copta ortodossa, essendo la Chiesa decisamente maggioritaria è considerata come se fosse l’unica presenza cristiana. Il governo, ma anche i giornali, guardano sempre ai rapporti tra i musulmani e i copti e dimenticano che ci sono altri cristiani e altre Chiese nel Paese. Penso alla chiesa greco-ortodossa, armeno-ortodossa, anglicana, evangelica e poi le sette Chiese cattoliche di vario rito, che hanno un numero più ridotto di fedeli, ma sono presenti. In occasione degli ultimi avvenimenti il patriarca copto, papa Shenuda III, ha voluto consultare i capi delle altre Chiese e direi che ciò è stato apprezzato.
C’è anche un’iniziativa da parte musulmana, presa dallo sceicco di Al Azhar, Ahmed El-Tayeb, che ha dato vita a quella che lui chiama La casa della famiglia. È un’istanza nella quale, in quanto leader religioso musulmano, può consultare anche i responsabili delle Chiese cristiane. L’iniziativa risale a marzo e serve a studiare insieme la violenza settaria e le sue cause, per capire come porvi rimedio.
Tra le attività ecumeniche ricorrenti c’è la Settimana di preghiera per l’unità che si celebra ogni anno. Nel Paese non esiste però un’istanza ecumenica permanente. Anche a livello di regione mediorientale il Consiglio delle Chiese non funziona bene, per il momento. Tra le proposte del Sinodo per il Medio Oriente, svoltosi in Vaticano nell’ottobre 2010, c’era anche quella di ridare vigore a quel Consiglio (cfr. Proposizione sinodale n. 28 – ndr). Sarebbe importante, credo.
Nella vita d’ogni giorno le relazioni tra i vescovi cattolici e quelli ortodossi variano da una diocesi all’altra. Percorrendo l’Egitto, io stesso in molti luoghi sono stato ben ricevuto dal vescovo ortodosso locale e ho constatato che c’è un buon rapporto con il vescovo cattolico locale e anche tra il clero. In altre zone non è così, ci si ignora. Dipende molto dalle sensibilità personali. Riconosco invece che tra gli armeni, cattolici e ortodossi, c’è una grande fraternità. I due vescovi partecipano regolarmente alle celebrazioni più importanti dell’una e dell’altra comunità.

Come va tra i fedeli laici membri delle varie Chiese?
Direi che c’è un approccio unidirezionale. Nelle comunità cattoliche le persone di altre Chiese sono benvenute e ben accolte se decidono di partecipare alla Messa, mentre se un cattolico va in una chiesa ortodossa non è ben accetto. In Egitto, i matrimoni tra coniugi cristiani di Chiese diverse può creare difficoltà, specialmente riguardo ai copti ortodossi. Un ostacolo importante è costituito dalla concezione del battesimo: per i copto-ortodossi il sacramento non determina l’ingresso nella Chiesa, ma in una ben determinata Chiesa. Se vuol essere accolto tra i copti, un cristiano deve farsi nuovamente battezzare. Così la sposa di un copto prima delle nozze deve chiedere il battesimo copto. È una visione teologica particolare che fa problema anche a noi cattolici: per noi il battesimo è battesimo, perché dovremmo farci ribattezzare se già siamo cristiani? Per ora non si è trovato il modo di superare questo ostacolo.
Un altro problema nelle relazioni è rappresentato dalla data delle feste principali: Natale e Pasqua. Nelle diocesi copto-cattoliche dell’Alto Egitto Natale e Pasqua si celebrano nelle stesse date dei copti (cioè in base al calendario giuliano e non a quello gregoriano adottato dalla Chiesa cattolica in tutto il mondo – ndr). Mentre nella capitale e ad Alessandria non è così.

A che punto sono i rapporti tra Al-Azhar e la Santa Sede dopo le difficoltà insorte nel gennaio scorso? Sono stati compiuti passi avanti nel cercare di superarle?
Siamo a un punto fermo. La situazione è congelata. È difficile rimediare all’incomprensione. Ho chiesto allo sceicco di Al-Azhar che queste difficoltà non intralcino comunque il dialogo con i cristiani e i cattolici a livello nazionale. E questo in effetti con La casa della famiglia, di cui parlavo prima, è possibile. Davanti ai cambiamenti in corso nel Paese c’è una riflessione comune, anche se la maggioranza copto-ortodossa non avverte molto il bisogno degli altri cristiani.

La crisi economica in che modo è stata decisiva per la rivolta araba e quanto pesa ancora sul presente e sulle prospettive future?
Due componenti hanno contribuito alla rivolta egiziana: l’aspetto economico, con il divario tra i ricchi e i poveri, uno sviluppo da cui il popolo non trae benefici e un alto livello di disoccupazione soprattutto giovanile; ma accanto a tutto questo ha pesato la mancanza di libertà, di espressione soprattutto, ma anche di impegno politico. Tutto era organizzato dal Partito nazionale democratico che adesso è stato sciolto. Adesso c’è maggiore libertà, ma sicuramente la rivoluzione ha causato altre sofferenze all’economia: il turismo è bloccato, anche se va riprendendo pian piano, soprattutto sulla costa del Mar Rosso. La questione è grave non solo per gli alberghi e le strutture ricettive, ma anche per l’indotto che vive intorno al turismo. È ancora difficile creare un clima di fiducia che favorisca gli investimenti esteri. Unica fonte certa di redditi per il Paese è il canale di Suez, dove non ci sono stati problemi.
La crisi ha sicuramente inciso sulla vita di tutti i cittadini, cristiani e musulmani. È difficile portare prove, ma i cristiani si sentono discriminati e così molti di loro pensano di emigrare. D’altronde anche molti musulmani valutano la possibilità di cercare altrove un futuro migliore. La speranza è che in Egitto possa crearsi un clima politico ed economico che vada a beneficio di tutta la popolazione.

Dopo aver rovesciato il vecchio governo del presidente Mubarak, ora c’è qualcuno che sa dove andare? Oppure si cerca una strada a tentoni?
È un periodo di transizione e il futuro è molto incerto. Le elezioni sono previste per settembre. Il più grande partito è stato sciolto e le nuove fazioni politiche stanno organizzandosi. Quale sarà l’esito elettorale non lo sa nessuno. Sono elezioni molto importanti perché tra gli eletti verrà scelta un’assemblea costituente per redigere la nuova Carta, che segnerà il futuro del Paese. Poi si dovrà eleggere anche il presidente. Al momento non c’è alcuna personalità emergente. Ci sono vari candidati, tra cui Amr Moussa, il segretario uscente della Lega Araba, forse l’uomo più in vista. Io credo che si debba lavorare per dare un buon indirizzo a queste elezioni.

Qualcuno tra i copti ha ipotizzato di dar vita a un partito cristiano. È un’idea condivisa dagli altri cristiani egiziani?
Non credo. I Fratelli musulmani hanno creato un partito politico, Libertà e giustizia, che ha un’ideologia islamica ma si propone anche agli elettori cristiani. Tra questi ultimi, coloro che sono direttamente impegnati in politica si attestano su posizioni laiche e dunque non credo che pensino di prospettare un partito specificamente cristiano, che non avrebbe un grande successo. Io non sono un politico, ma mi pare che sarebbe meglio una collaborazione tra cristiani e musulmani che condividano la visione di una società più rispettosa delle differenze e che riconosca l’uguaglianza di tutti i cittadini.

La Costituzione provvisoria attualmente in vigore riconosce la sharia come fonte della legislazione. In che misura ciò è percepito dai cristiani come un problema?
Alcuni sono rimasti delusi. Ma va precisato che il Consiglio delle forze armate (che ora detiene il potere) non ha voluto toccare il fondamento della Costituzione e ha sottoposto a referendum solo le norme riguardanti le imminenti elezioni. Nella campagna cha ha preceduto la consultazione popolare alcuni musulmani hanno sostenuto che votare contro la proposta presentata agli elettori avrebbe significato anche votare contro l’articolo 2, ma non era così. Si trattava di propaganda, che certamente ha contribuito a far sì che il 70 per cento dei votanti abbia votato a favore. Ma ciò non significa che i cristiani abbiano votato no. Sicuramente alcuni tra loro avranno scelto il sì per sostenere le elezioni e andare avanti, sapendo che il Costituente dovrà rivedere la questione. Alcuni ritengono che l’articolo 2 potrebbe rimanere, cercando di mettere in chiaro come si combini con i diritti dei cittadini. È una discussione in corso da anni e credo che continuerà. La speranza è che ci sia maggiore rispetto per i diritti di tutti.

Gli ultimi incidenti di cui sono state vittime i cristiani sono stati attribuiti ai salafiti. La loro presenza vi preoccupa?
Certamente. Il movimento esisteva già ma non si manifestava in questo modo violento. L’assenza di ordine e sicurezza lascia spazio alle loro iniziative, che generano ansietà non solo tra i cristiani, ma anche tra i musulmani.

Gli egiziani cosa si aspettano dall’Occidente, dall’Europa?
Sostegno, comprensione, fiducia soprattutto a livello economico per gli investimenti esteri che sono importanti. Direi anche un aiuto, che non sia interferenza, nell’appoggiare gli sforzi per l’educazione alla libertà e alla democrazia.

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