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Alberto Gori, Custode e patriarca latino di Gerusalemme. Un profilo

Paolo Pieraccini
29 gennaio 2011
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Alberto Gori, Custode e patriarca latino di Gerusalemme. Un profilo
Un ritratto di mons. Alberto Gori, patriarca latino di Gerusalemme.

Vogliamo ricordare mons. Alberto Gori a 40 anni dalla morte. Il frate minore di origini toscane entrò a servizio della Custodia nel 1919. Dal 1937 al 1949 svolse, dimostrando buone capacità di governo, il ministero di padre Custode. Nel 1949 venne nominato patriarca latino di Gerusalemme. Su quella cattedra rimase, in anni cruciali, fino alla morte, che lo colse nel novembre 1970.


(Milano) – Sono da poco trascorsi quarant’anni dalla scomparsa di Alberto Gori, Custode di Terra Santa (1937-1949) e patriarca latino di Gerusalemme (1950-1970). Nato a San Piero Agliana (Pistoia) il 9 febbraio 1889, vestì l’abito francescano il 27 settembre 1907 nella provincia toscana di San Bonaventura e fu ordinato sacerdote il 19 luglio 1914. Dopo aver preso parte alla prima guerra mondiale come cappellano militare, giunse al servizio della Custodia l’8 febbraio 1919 e fu assegnato alla basilica del Santo Sepolcro. Nel 1922 fu inviato ad Aleppo, dove l’anno successivo divenne direttore del prestigioso Collegio di studi superiori della Custodia. Il 22 febbraio 1937 fu nominato Custode di Terra Santa e l’8 aprile prese possesso della carica, che esercitò continuando la politica di collaborazione con le autorità mandatarie britanniche inaugurata nel 1917 dai suoi predecessori.

Gli anni del suo governo furono tra i più difficili della storia della Custodia: la sanguinosa rivolta araba del 1936-1939 rese arduo per i frati esercitare il loro ministero. Durante la seconda guerra mondiale poi, i britannici internarono i religiosi tedeschi e quelli italiani. Padre Gori fu invece lasciato libero di esercitare le sue funzioni. Per cinque anni, gestendo al meglio i pochi confratelli e le scarse risorse finanziarie, riuscì a evitare la paralisi della missione.

Terminato il conflitto iniziò la «guerra di liberazione» degli ebrei contro la Gran Bretagna. Nei rapporti di quei mesi alla Santa Sede, Gori espresse perplessità sull’atteggiamento degli ebrei verso i cristiani. Sottolineò invece la «benevolenza» del «popolo arabo», che permetteva ai cattolici di «lavorare apertamente nella costruzione di nuove chiese e di nuove scuole», nella professione della fede cattolica e «nello svolgimento delle sacre funzioni».

Nell’aprile 1947 padre Gori chiese alla commissione dell’Onu incaricata di trovare una soluzione politica per la Palestina che la comunità internazionale dettasse precise norme per la salvaguardia dei Luoghi Santi e per il libero esercizio dell’attività educativa, assistenziale e pastorale dei cristiani. Dal novembre successivo – dopo che le Nazioni Unite optarono per l’internazionalizzazione di Gerusalemme e la spartizione del resto del Paese – il Custode firmò alcune dichiarazioni comuni dei capi religiosi cristiani di Terra Santa per condannare il progetto dell’Onu ed esprimere solidarietà alla lotta degli arabi cristiani e musulmani. Il 30 aprile 1948 – di concerto con i patriarchi ortodosso e armeno – Gori si appellò ai britannici che stavano per abbandonare la Palestina alla guerra civile, chiedendo loro di salvaguardare i santuari e di ritirarsi solo dopo che un’autorità internazionale avesse preso in mano la situazione. L’appello non fu ascoltato. Nel corso delle prime settimane del conflitto tra arabi ed ebrei, le autorità israeliane chiesero ripetutamente alla Custodia una mediazione, in particolare per favorire l’uscita di donne, vecchi e bambini dal quartiere ebraico assediato dalla legione araba. Nell’ottobre 1948 padre Gori inviò un pro-memoria al pontefice, affermando che ambedue le parti in conflitto avevano «commesso degli eccessi», però gli arabi si erano dimostrati «molto rispettosi e corretti». Invece i gruppi terroristi ebraici Stern e Irgun occupavano chiese e conventi «commettendo ogni sorta di eccessi e vandalismi». Il Custode fece presente anche la tragedia dei profughi e chiese alla Santa Sede di condurre un’azione diplomatica in favore della libertà di accesso e di culto nei santuari destinati a ricadere sotto la sovranità araba o ebraica.

Gori si adoperò in tutti i modi per accogliere i profughi in varie istituzioni della Custodia. Per provvedere ai loro bisogni più elementari – non essendogli sufficienti le risorse – riuscì a sensibilizzare la carità della cattolicità occidentale.

Il 21 novembre 1949 padre Gori fu nominato patriarca latino di Gerusalemme. Le sue capacità di governo e doti di coraggio erano state apprezzate dalla Santa Sede. Grande conoscitore della situazione spirituale e politica della Palestina, il prelato avrebbe saputo tutelare i diritti dei cattolici e delle loro istituzioni.

Secondo frate minore e primo Custode di Terra Santa ad assurgere alla sede patriarcale latina di Gerusalemme, mons. Gori fu consacrato il 27 dicembre 1949 e prese possesso della diocesi il 18 febbraio successivo. L’istituzione patriarcale aveva sofferto notevolmente negli oltre due anni di interregno, sia dal punto di vista materiale che del prestigio. Il patriarcato era adesso diviso fra quattro Stati: Giordania, Israele, Cipro ed Egitto. La redistribuzione dei fedeli causata dal fenomeno dei rifugiati ne aveva modificato radicalmente la fisionomia. Monsignor Gori ritenne necessario nominare tre vicari patriarcali con sede ad Amman, Nicosia e Nazaret.

All’epoca il patriarcato poteva contare su 61 sacerdoti secolari (33 dei quali di origine locale), i quali gestivano 41 tra parrocchie e succursali situate in piccoli centri della Palestina e della Giordania. Aveva giurisdizione anche sulle 11 parrocchie in mano alla Custodia ubicate nei centri più sviluppati della diocesi e su quella carmelitana di Haifa. Inoltre 68 scuole – rette dal patriarcato, dai francescani e da altre congregazioni religiose – fornivano l’insegnamento a oltre 17 mila alunni, buona parte dei quali musulmani, greco-ortodossi e cattolici orientali. Monsignor Gori dovette smobilitare gran parte delle istituzioni in territorio israeliano e potenziarle notevolmente in Giordania, dove avevano trovato rifugio la maggior parte dei profughi. Fondò 18 chiese parrocchiali in Giordania – gran parte delle quali dotate di scuola e di canonica annessa – e una decina di residenze per le suore indigene del Rosario. Dedicò particolare cura alle scuole, anche se il fenomeno dell’emigrazione e la concorrenza degli istituti d’insegnamento statali in Giordania non ne permisero lo sviluppo desiderato. Ristrutturò e ampliò notevolmente anche il seminario diocesano di Beit Jalah dal quale, durante il suo governo, uscirono ben 42 sacerdoti, 37 dei quali di origine locale. Monsignor Gori volle che diversi di loro si dotassero di una formazione universitaria, una volta trascorsi alcuni anni al servizio delle parrocchie (tra coloro che beneficiarono di questa opportunità figurano i futuri patriarchi Michel Sabbah e Fouad Twal e i vescovi ausiliari Giacinto Marcuzzo, Kamal Batish e Sélim Sayegh).

Gli interventi assistenziali del patriarcato e delle congregazioni religiose sotto la sua giurisdizione non riuscirono a frenare l’emigrazione dei fedeli, alimentata da povertà, discriminazioni, tensioni politiche e reiterate crisi economiche (all’inizio degli anni Settanta, su circa 55 mila cattolici residenti nella diocesi patriarcale latina di Gerusalemme – 13 mila in Israele, 40 mila in Giordania, 2 mila a Cipro e 300 a Gaza –, non meno di 30 mila risiedevano all’estero).

Al concilio Vaticano II mons. Gori prese la parola soprattutto sui rapporti con le religioni non cristiane, sulla collegialità episcopale, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo e sulle relazioni con i cristiani orientali separati. Seppe anche fronteggiare la richiesta di soppressione del suo patriarcato, che i suoi omologhi orientali volevano sostituire con  un patriarcato melchita. Non solo queste richieste non furono accolte dai padri conciliari, ma Gori riuscì ad ottenere dal pontefice la nomina di tre vescovi ausiliari, uno dei quali – mons. Giacomo Giuseppe Beltritti – con diritto di successione.

Ritornato stabilmente a Gerusalemme nel dicembre 1965, l’anziano patriarca governò la sua diocesi per altri cinque anni. Morì il 25 novembre 1970 e fu seppellito nella concattedrale patriarcale di Gerusalemme.

(Una versione più dettagliata di questo profilo è disponibile in formato pdf. Per scaricarla clicca qui)

(english version)

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