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Sinodo: il Messaggio finale non elude le questioni politiche

Manuela Borraccino
23 ottobre 2010
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Sinodo: il Messaggio finale non elude le questioni politiche
(clicca sulla foto per lanciare il video)

Il Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente si chiude con un forte appello perché termini l'occupazione dei Territori palestinesi e si lavori concretamente per la soluzione dei due Stati in Terra Santa. Il Messaggio finale chiede anche la fine delle violenze in Iraq, il rispetto della sovranità del Libano, la presa di coscienza che i cristiani sono «parte integrante» delle società del Medio Oriente.


(Città del Vaticano) – Il Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente si chiude con un forte appello all’Onu perché si giunga a porre fine all’occupazione dei Territori palestinesi e a lavorare concretamente per la soluzione dei due Stati. Nel Messaggio finale presentato stamane in Vaticano e nelle Proposizioni consegnate al Papa in vista dell’Esortazione apostolica post-sinodale, i vescovi chiedono anche la fine delle violenze in Iraq, il rispetto della sovranità del Libano, la presa di coscienza da parte dei connazionali musulmani che i cristiani sono «parte integrante» delle società del Medio Oriente e reclamano piena cittadinanza.

Per la fine del conflitto israelo-palestinese i presuli chiedono l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (che prevedevano il ritiro dalle terre invase nel 1967). «I cittadini dei Paesi del Medio Oriente – si legge nel testo diffuso in Vaticano – interpellano la comunità internazionale, in particolare l’Onu, perché essa lavori sinceramente ad una soluzione di pace giusta e definitiva nella regione, e questo attraverso l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza, e attraverso l’adozione delle misure giuridiche necessarie per mettere fine all’occupazione dei differenti territori arabi».

«Il popolo palestinese – si legge – potrà così avere una patria indipendente e sovrana e vivervi nella dignità e nella stabilità. Lo Stato d’Israele potrà godere della pace e della sicurezza all’interno delle frontiere internazionalmente riconosciute. La Città Santa di Gerusalemme potrà trovare lo statuto giusto che rispetterà il suo carattere particolare, la sua santità, il suo patrimonio religioso per ciascuna delle tre religioni ebraica, cristiana e musulmana. Noi speriamo che la soluzione dei due Stati diventi realtà e non resti un semplice sogno». Quando chiedono di porre fine «all’occupazione dei differenti territori arabi», i vescovi si riferiscono presumibilmente a quelli delle alture del Golan dei quali dal 1967 la Siria reclama la restituzione da parte di Israele. Si chiede inoltre per l’Iraq di «mettere fine alle conseguenze della guerra assassina e ristabilire la sicurezza che proteggerà tutti i suoi cittadini con tutte le loro componenti sociali, religiose e nazionali». «Il Libano – si legge ancora – potrà godere della sua sovranità su tutto il territorio, fortificare l’unità nazionale e continuare la vocazione a essere il modello della convivenza tra cristiani e musulmani, attraverso il dialogo delle culture e delle religioni e la promozione delle libertà pubbliche».

Il presidente della commissione per il Messaggio, l’arcivescovo di Newton dei Greco-Melkiti Cyrille Salim Bustros, ha ribadito oggi in una conferenza stampa in Vaticano come la questione palestinese sia «un grosso problema per tutto il Medio Oriente» e come occorra «insistere» per arrivare allo Stato palestinese. «Noi siamo per la soluzione dei due Stati per due popoli: dobbiamo continuare a chiedere che questa soluzione, della quale si sta oggi dibattendo, venga adottata e si arrivi ad attuarla».

I vescovi hanno dedicato una parte del Messaggio all’impatto del conflitto israelo-palestinese su tutta la regione e alla crescente instabilità che «iniziative unilaterali» generano a Gerusalemme: «Il popolo palestinese – scrivono i vescovi – soffre le conseguenze dell’occupazione israeliana: la mancanza di libertà di movimento, il muro di separazione e le barriere militari, i prigionieri politici, la demolizione delle case, la perturbazione della vita economica e sociale e le migliaia di rifugiati. Abbiamo riflettuto sulla sofferenza e l’insicurezza nelle quali vivono gli israeliani. Abbiamo meditato sulla situazione di Gerusalemme, la Città Santa. Siamo preoccupati per le iniziative unilaterali che rischiano di mutare la sua demografia e il suo statuto. Di fronte a tutto questo, vediamo che una pace giusta e definitiva è l’unico mezzo di salvezza per tutti, per il bene della regione e dei suoi popoli».

In un altro passaggio del messaggio dedicato al dialogo con gli ebrei i vescovi auspicano «che questo dialogo possa condurci ad agire presso i responsabili per mettere fine al conflitto politico che non cessa di separarci e di perturbare la vita dei nostri Paesi», ma ribadiscono che «non è permesso ricorrere a posizioni teologiche bibliche per farne uno strumento a giustificazione delle ingiustizie». Monsignor Bustros ha ribadito che «quella dei vescovi è una presa di posizione politica». «Per noi cristiani – ha spiegato – non si può parlare di una Terra promessa al popolo ebraico. In quanto cristiani, noi diciamo che questa promessa è stata abolita per mezzo di Cristo. Non c’è più un popolo eletto, ma tutti gli uomini e le donne del mondo sono diventati eletti. Non ci si può basare sulle Sacre Scritture per giustificare l’occupazione di Israele e delle terre palestinesi e l’espatrio dei palestinesi».

L’arcivescovo ha anche chiesto una soluzione per «il grande problema dei rifugiati palestinesi» e ha ribadito la contrarietà dei vescovi al processo di «giudaizzazione» dello Stato di Israele, «laddove questo potrebbe portare certi partiti estremisti israeliani a escludere la minoranza araba, composta da cristiani e da musulmani». I vescovi inoltre condannano «la violenza e il terrorismo, di qualunque origine, e qualsiasi estremismo religioso» così come «ogni forma di razzismo, l’antisemitismo, l’anticristianesimo e l’islamofobia».

L’arcivescovo maronita di Cipro Joseph Soueif  ha spiegato come nel corso del Sinodo si sia parlato a fondo del problema dell’emigrazione, «una ferita e una perdita per tutti» in Medio Oriente. «Con grande senso di responsabilità e di solidarietà – ha detto – vogliamo lavorare per mantenere la diversità delle religioni, e fare progetti pratici per assicurare il lavoro, le case, aiutare concretamente le famiglie: con l’aiuto della società civile dei governi bisogna creare le strutture che incoraggino i cristiani a rimanere».

Il patriarca di Alessandria dei Copti Antonios Naguib – neo cardinale – ha reso noto che si intende lavorare con un Comitato ad hoc per seguire l’attuazione del Sinodo e rafforzare quanto già viene fatto dal Consiglio ecumenico delle Chiese del Medio Oriente per aumentare «la comunione e la testimonianza» con gli ortodossi e i protestanti, così come per «la libertà e la piena cittadinanza di tutti gli abitanti» della regione.

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