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Rafiq Khoury, le ragioni di un appello

Manuela Borraccino
15 ottobre 2010
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Rafiq Khoury, le ragioni di un appello
Padre Rafiq Khoury, teologo e sacerdote del patriarcato latino di Gerusalemme. (foto M. Borraccino)

Il documento Kairos Palestina non è che «un messaggio di speranza in un momento nel quale tutte le porte per la pace appaiono chiuse», e un appello all’opinione pubblica internazionale perché si riprendano «sul serio» i negoziati. Lo dice il teologo e parroco di Bir Zeit padre Rafiq Khoury, uno degli autori del documento pubblicato nel dicembre 2009.


(Roma) – Il documento Kairos Palestina non è che «un messaggio di speranza in un momento nel quale tutte le porte per la pace appaiono chiuse», e un appello all’opinione pubblica internazionale perché si riprendano «sul serio» i negoziati, a partire dall’opzione della «resistenza non violenta» di fronte all’occupazione. Il teologo e parroco di Bir Zeit padre Rafiq Khoury, uno degli autori del documento Kairos Palestina pubblicato nel dicembre 2009, parla così del manifesto dei cristiani palestinesi.

Padre Khoury, a chi è indirizzato questo documento?
In primo luogo ai cristiani palestinesi e alla società civile israeliana e palestinese, perché riflettano su di esso. Ma è anche un appello ai capi delle religioni e alle Chiese del mondo, e naturalmente alla comunità internazionale, perché chiunque ha a cuore il processo di pace faccia quanto è in suo potere per farlo ripartire. Perché, come scriviamo, la tragedia del popolo palestinese è che i nostri leader si stanno limitando a gestire il conflitto anziché a lavorare per la sua soluzione.

Che cosa vi proponete con questo scritto?
Vogliamo lanciare innanzitutto un messaggio di speranza in un momento nel quale tutte le porte per la pace appaiono chiuse: un gruppo di cristiani ha voluto riunirsi per dire che non è detta l’ultima parola, vogliamo incoraggiare chi ha responsabilità politiche a mettersi al lavoro in modo serio per raggiungere un accordo, perché finora la ricerca della pace non è stata seria: i negoziati sembrano fatti per se stessi.

L’impegno di Obama le sembra formale?
Per noi questi passi non significano nulla, perchè sono 17 anni che ogni due anni vengono organizzate conferenze che non portano da nessuna parte. Noi diciamo: è giunto il momento di lavorare per un obiettivo, basta perdere tempo mentre gli israeliani fanno di tutto per creare sul campo dei fatti compiuti che allontanano le prospettive di pace, sia a Gerusalemme che con gli insediamenti.

Perché chiedete il disinvestimento e il boicottaggio economico?
Questo documento parte dall’assunto che il mondo tace di fronte a quello che Israele sta facendo nei Territori e a Gerusalemme, e si rivolge all’opinione pubblica internazionale per dire che è venuto il momento di dire «no» a Israele con fatti concreti: il boicottaggio è davvero il minimo che si poteva asuspicare, è un modo per chiedere alla comunità internazionale di intraprendere dei passi concreti perché Israele si impegni nel negoziato.

Tra gli osservatori sembra essersi fatta strada de facto la soluzione dei due popoli per un solo Stato. Qual è la vostra proposta?
Noi siamo per la soluzione che è sempre stata avallata dalla comunità internazionale: due popoli per due Stati. Israele che già esiste, la Palestina che si sta costruendo.

Cosa replica a chi sostiene che la frattura politica e territoriale del fronte palestinese impedisce di trovare un interlocutore per la pace?
La frattura risale a due anni fa, ed è un pretesto per non fare la pace. La leadership palestinese ha fatto di tutto per trovare un accordo. Parliamoci chiaro: chi è il più forte fra i due? I palestinesi non hanno potere economico, né militare, né mediatico. Hanno cercato di aprire un cammino e hanno continuato a partecipare ai negoziati, ma non sono mai stati appoggiati.

Non crede che ci siano anche responsabilità politiche palestinesi per questa situazione?
Bisogna ricordare che l’estremismo palestinese è la conseguenza diretta del fallimento del processo di pace: dopo gli Accordi di Oslo del 1993 Hamas e gli altri estremisti erano al 10 per cento, tutti i palestinesi aspettavano con ansia di poter accogliere la pace. E guardiamo dove ci troviamo oggi: l’estremismo è la conseguenza del fallimento del processo di pace. Perciò dico: andiamo alle radici del problema.

Che cosa possono fare i leader religiosi e politici ai quali vi rivolgete?
Noi non chiediamo altro che la pace sia presa sul serio, e sappiamo che questo sta a cuore a tutti perchè l’instabilità che si sprigiona dal cuore del Medio Oriente influisce negativamente sulla stabilità del mondo intero. Noi vogliamo che l’opinione pubblica internazionale si renda conto di quanto sta avvenendo in Terra Santa, e pensiamo che questo documento sia uno strumento per far arrivare anche la voce palestinese.

Il conflitto è stato evocato anche in numerosi interventi durante il Sinodo…
Certo, perché è il cuore del problema del Medio Oriente e la questione principale delle relazioni internazionali: tutto ha un rapporto diretto con la questione palestinese, sia nel mondo islamico che in Occidente. Perciò pensiamo che la pace nel mondo passi anche da qua: non ci sarà mai stabilità se non si risolve questo problema.

Come rappresentanti del clero palestinese, che cosa chiederete al Sinodo?
Innanzitutto di informarsi su quello che realmente avvenendo in Palestina, di non accontentarsi della propaganda che viene fatta. Noi speriamo che questa voce popolare, che viene dalla società civile, possa farsi strada.

State facendo circolare il «documento Kairos» fra i padri sinodali?
Assolutamente no. Il Sinodo è il Sinodo. E noi non vogliamo fare propaganda, non è questa la sede per far girare questo documento. Chi vuole può scaricarlo da Internet.

Che cosa farete delle firme raccolte sul sito?
Intendiamo far conoscere e creare consenso intorno a questa presa di posizione. Poiché i leader politici si sono dimostrati incapaci, chiediamo all’opinione pubblica di rendere questo documento un mezzo per favorire i negoziati, con un’opzione politica che parte dalla non violenza. In Sudafrica la lotta all’apartheid è iniziata con un analogo documento Kairos: la comunità internazionale ha appoggiato quello che era un movimento popolare. Da questa stessa promozione dei diritti umani vogliamo partire anche noi per raggiungere lo Stato palestinese.

(Del tema si parlerà martedì a Roma nell’ambito della rassegna Sguardi sui cristiani del Medio Oriente)

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