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Nella chiesa francescana di Nicosia Benedetto XVI esalta la croce

Giampiero Sandionigi, inviato
5 giugno 2010
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La giornata pubblica di Benedetto XVI a Nicosia si è conclusa oggi con la celebrazione di una Messa nella chiesa parrocchiale della Santa Croce riservata ai preti, religiosi, suore, diaconi, catechisti, rappresentanti dei movimenti cattolici e laici impegnati. Il Papa nell'omelia ha svolto una lunga meditazione sul senso della croce e su quanto il mondo d'oggi ne abbia bisogno.


(Nicosia) – La giornata pubblica di Benedetto XVI a Nicosia si è conclusa oggi con la celebrazione di una Messa nella chiesa parrocchiale della Santa Croce, accanto alla quale soggiorna, riservata ai preti, religiosi, suore, diaconi, catechisti, rappresentanti dei movimenti cattolici e laici impegnati. La chiesa non è molto grande e vi sono state ammesse poco più di 300 persone.

Nella sua omelia, il Papa ha meditato sul tema della croce e ha detto: «Molti potrebbero essere tentati di chiedere perché noi cristiani celebriamo uno strumento di tortura, un segno di sofferenza, di sconfitta e di fallimento. È vero che la croce esprime tutti questi significati. E tuttavia a causa di colui che è stato innalzato sulla croce per la nostra salvezza, rappresenta anche il definitivo trionfo dell’amore di Dio su tutti i mali del mondo. Vi è un’antica tradizione che il legno della croce sia stato preso da un albero piantato da Seth, figlio di Adamo, nel luogo dove Adamo fu sepolto. In quello stesso luogo, conosciuto come il Golgota, il luogo del cranio, Seth piantò un seme dall’albero della conoscenza del bene e del male, l’albero che si trovava al centro del giardino dell’Eden. Attraverso la provvidenza di Dio, l’opera del Maligno sarebbe stata sconfitta ritorcendo le sue stesse armi contro di lui».

«La croce – ha proseguito il Papa – è qualcosa di più grande e misterioso di quanto a prima vista possa apparire. Indubbiamente è uno strumento di tortura, di sofferenza e di sconfitta, ma allo stesso tempo esprime la completa trasformazione, la definitiva rivincita su questi mali, e questo lo rende il simbolo più eloquente della speranza che il mondo abbia mai visto. Parla a tutti coloro che soffrono – gli oppressi, i malati, i poveri, gli emarginati, le vittime della violenza – ed offre loro la speranza che Dio può trasformare la loro sofferenza in gioia, il loro isolamento in comunione, la loro morte in vita. Offre speranza senza limiti al nostro mondo decaduto. Ecco perché il mondo ha bisogno della croce. Essa non è semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all’interno della società, ed il suo significato più profondo non ha nulla a che fare con l’imposizione forzata di un credo o di una filosofia. Parla di speranza, parla di amore, parla della vittoria della non violenza sull’oppressione, parla di Dio che innalza gli umili, dà forza ai deboli, fa superare le divisioni, e vincere l’odio con l’amore. Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza, un mondo in cui la tortura e la brutalità rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe sfruttato e l’avidità avrebbe la parola ultima. L’inumanità dell’uomo nei confronti dell’uomo si manifesterebbe in modi ancor più orrendi, e non ci sarebbe la parola fine al cerchio malefico della violenza. Solo la croce vi pone fine».

Ratzinger ha aggiunto: «Mentre proclamiamo la croce di Cristo, cerchiamo sempre di imitare l’amore disinteressato di colui che offrì se stesso per noi sull’altare della croce, di colui che è allo stesso tempo sacerdote e vittima, di colui nella cui persona parliamo ed agiamo quando esercitiamo il ministero ricevuto. Nel riflettere sulle nostre mancanze, sia individualmente sia collettivamente, riconosciamo umilmente di aver meritato il castigo che lui, l’Agnello innocente, ha patito in nostra vece. E se, in accordo con quanto abbiamo meritato, avessimo qualche parte nelle sofferenze di Cristo, rallegriamoci, perché ne avremo una felicità ben più grande quando sarà rivelata la sua gloria».

Al termine della Messa, un coro di immigrati camerunesi ha eseguito alcuni canti in omaggio al Papa.

Pochi minuti prima della Messa era giunta a Pafos Gate una monovolume scura con a bordo Sheik Nazim, un anziano religioso musulmano, mistico sufi, della Cipro turca e il suo piccolo seguito. Lo sbarramento dei Caschi blu si è aperto e il piccolo gruppo è stato accolto al cancello del convento – impavesato da vessilli del Vaticano e della Custodia di Terra Santa – dal nunzio apostolico Antonio Franco e dall’arcivescovo maronita Youssef Soueif. Dopo una breve attesa, la delegazione musulmana è stata ammessa ad incontrare il Papa. Questione di pochi minuti, prima che il corteo liturgico che accompagnava Benedetto XVI e i concelebranti varcasse il cancello diretto in chiesa per la Messa. Il gruppetto di musulmani ha lasciato la nunziatura poco dopo. Ai giornalisti che hanno circondato la vettura per chiedere notizie dell’incontro, il religioso musulmano ha detto di aver voluto rendere omaggio al Papa, perché è importante conoscersi reciprocamente tra uomini di pace e camminare insieme sulle vie dell’unico Dio. Poi, l’ottantottenne sufi, ha scherzato sull’età avanzata di entrambi.

Commentando l’incontro inatteso, padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, ha detto che rimane aperta fino all’ultimo la possibilità che il Papa incontri il gran muftì, massima autorità religiosa musulmana dell’isola.

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