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Appello di Suad Amiry: «Salviamo l’architettura palestinese»

10/02/2010  |  Roma
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Appello di Suad Amiry: «Salviamo l’architettura palestinese»
L'architetto/scrittrice palestinese Suad Amiry.

«Non sono qui come scrittrice ma come architetto: abbiamo bisogno di 50 milioni di dollari per salvare dall'abbandono i centri storici di 50 villaggi palestinesi e creare lavoro attraverso la conservazione del patrimonio culturale». La palestinese Suad Amiry, autrice del fortunato romanzo Sharon e mia suocera, ha lanciato così l'8 febbraio scorso a Roma la campagna internazionale di raccolta fondi per un progetto di recupero dei centri storici palestinesi.


«Non sono qui come scrittrice ma come architetto: abbiamo bisogno di 50 milioni di dollari per salvare dall’abbandono i centri storici di 50 villaggi palestinesi e creare lavoro attraverso la conservazione del patrimonio culturale. E ne abbiamo bisogno subito». Suad Amiry, l’autrice del fortunato romanzo Sharon e mia suocera, ha lanciato così l’8 febbraio a Roma la campagna internazionale di raccolta fondi per Non solo pietre: il progetto Riwaq per il recupero dei centri storici palestinesi, promosso dall’organizzazione non governativa da lei fondata e diretta, il Riwaq Centre for Architectural Conservation, con sede a Ramallah.

«In un Paese in via di sviluppo come la Palestina la conservazione dei beni culturali non può avere solo un valore storico, ma deve servire anche a creare lavoro: così è nato il progetto Job creation through conservation» ha spiegato la Amiry nell’incontro promosso nella sede nazionale della Cgil dall’europarlamentare Luisa Morgantini. L’organizzazione da lei fondata nel 1991, il Riwaq, vincitore tra l’altro nel 2006 del premio promosso dalle Nazioni Unite Dubai International Award for Best Practices to Improve the Living Environment è un ente no profit che forma operai esclusivamente palestinesi specializzati nel restauro. Con il sostegno dell’Agenzia svedese per la cooperazione e lo sviluppo internazionale, li impiega poi nella tutela e recupero del patrimonio artistico, culturale e architettonico palestinese. Tra il 2001 e il 2008 sono stati restaurati 85 edifici e 56 centri storici, dei quali 31 in villaggi e 25 in città palestinesi (come Bir Zeit), per un totale di 140.400 giornate di lavoro (ogni giornata «costa» 100 dollari e dà lavoro a tre operai) e un valore di 4 milioni e mezzo di dollari.

Il valore aggiunto del recupero, ha spiegato la Amiry, sta soprattutto nel fare in modo che i palazzi tornino ad essere frequentati e vissuti dalle comunità locali. Una volta restaurati diventano centri culturali destinati alle donne o ai bambini, oppure sede di organizzazioni non governative che li gestiscono per 15 anni in comodato d’uso, ovvero gratuitamente: «In tal modo – ha spiegato la scrittrice/architetto – il proprietario è contento perché non ha speso nulla e l’immobile ha un valore più alto, le ong hanno sedi più prestigiose e i giovani tornano nei centri storici. Solo dopo 15 anni il proprietario e chi occupa il palazzo possono stabilire un contratto d’affitto».

Nel tentativo di coniugare conservazione ed economia e dare il via ai restauri, il Riwaq ha censito negli ultimi 15 anni il patrimonio storico e architettonico palestinese: risultano 50.320 gli edifici storici in 16 città e 406 villaggi dislocati fra Cisgiordania e Gaza, compresi quelli a Gerusalemme. L’inchiesta ha rivelato come la maggior parte dei beni (il 71,5 per cento) si trovi in aree rurali e «solo» il 28,5 per cento nelle quattro maggiori città (a Gerusalemme sono 3.723, a Nablus 3.397, a Hebron 1.914 e a Betlemme 837). La Amiry ammette: «Non possiamo fare tutto, non ne avremmo la forza. Ma possiamo salvare almeno gli edifici più importanti: abbiamo calcolato che il 50 per cento del patrimonio palestinese si trova in 50 villaggi e città. Abbiamo iniziato a lavorare nei primi tre centri storici, ne mancano altri 47: sono venuta in Italia per chiedervi di aiutarmi a raccogliere almeno 1 milione e 140mila euro per cinque villaggi: Hajja, Bruqin, Ebwein, Al Zahiriyyeh e Yatta. Basterebbe che cinque Comuni italiani li adottassero».

Stilare il Registro nazionale ha richiesto molti anni: «I problemi – ha spiegato la fondatrice di Riwaq – non sono legati soltanto all’occupazione israeliana e al fatto che l’Autorità palestinese controlla solo il 12 per cento della Cisgiordania, in gran parte in prossimità del mare (il Mar Morto – ndr). Ci sono soprattutto problemi legali: abbiamo due diverse leggi per la Cisgiordania e per la Striscia di Gaza, ed entrambe tutelano soltanto i siti archeologici, ovvero quelli risalenti fino al 1700. Mancano una politica nazionale per i beni architettonici e un ente unificato per la tutela. Manca soprattutto una coscienza popolare dell’importanza di preservare la memoria dell’architettura palestinese: a causa della mancanza di terreni edificabili molte famiglie decidono di demolire i palazzi antichi dei centri storici, ormai in stato fatiscente e popolati soltanto dai vecchi e dai più poveri, e costruirne di nuovi, con tutti i comfort e le comodità».

«Stiamo cercando di fare una campagna – ha continuato la Amiry – per far capire il valore di questi edifici per la storia e l’identità del popolo palestinese, l’importanza di conservarli e anche che le strutture portanti dei palazzi sono talmente solide che c’è bisogno semplicemente di adeguare la cucina e il bagno, non di demolire l’intero edificio per il gusto di avere l’aria condizionata. In molti casi non riusciamo neanche a contattare i proprietari, che in gran parte si trovano negli Stati Uniti e nei Paesi del Golfo e non sono interessati al futuro di questi edifici: è molto difficile ottenere i permessi per restaurarli e darli in uso alla municipalità».

Ecco perché, secondo il Riwaq Centre, è vitale che le amministrazioni locali e le organizzazioni non governative presenti in Italia cooperino alla realizzazione, nei prossimi 10-15 anni, di questo piano di riqualificazione ambientale il cui valore va ben al di là della conservazione architettonica e riguarda la tenuta dell’intero tessuto sociale palestinese: «Non è un progetto architettonico fine a se stesso – ha scandito Suad Amiry – ma un’operazione culturale: per questo preferiamo restaurare le facciate e le infrastrutture più importanti, ma senza spendere 100 mila dollari per un solo edificio… semmai intervenendo con la cosiddetta conservazione preventiva sulle facciate di più edifici, in modo che l’intero aspetto del quartiere ne esca migliorato».

«Si tratta di trovare soluzioni – ha concluso – che attirino le giovani famiglie, i bambini e gli studenti nei centri storici, affinché non siano monumenti disabitati del passato ma spazi del presente a disposizione della collettività. A maggior ragione se si considera che finché durerà l’occupazione israeliana solo pochissime località palestinesi saranno raggiungibili dai turisti. Dobbiamo creare più posti di lavoro possibili e tutelare la qualità della vita di chi già vive l’isolamento e la difficoltà di muoversi, di lavorare e di produrre e incoraggiare anche con la bellezza dei nostri villaggi chi sceglie di non emigrare».

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