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Sguardi paralleli

03/11/2009  |  Roma
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Sguardi paralleli

Napoli-Tel Aviv andata e ritorno: il doppio viaggio di due giovani artiste, un gemellaggio tra due musei, una doppia mostra. Si tratta di Transit 3, la terza tappa di un progetto, promosso dal Museo d'arte contemporanea Donnaregina (Madre) di Napoli, che ogni volta mette in relazione un artista napoletano con un «collega» proveniente da un'altra città del Mediterraneo. Dopo Il Cairo e Istanbul, ora è la volta della città israeliana, che quest'anno celebra il centenario della propria fondazione. Protagoniste di Transit 3 sono Raffaella Crispino ed Eden Bannet.


Napoli-Tel Aviv andata e ritorno: il doppio viaggio di due giovani artiste, un gemellaggio tra due musei, una doppia mostra. Si tratta di Transit 3, la terza tappa di un progetto, promosso dal Museo d’arte contemporanea Donnaregina (Madre) di Napoli, che ogni volta mette in relazione un artista napoletano con un «collega» proveniente da un’altra città del Mediterraneo. Dopo Il Cairo e Istanbul, ora è la volta della città israeliana, che quest’anno celebra il centenario della propria fondazione.

Protagoniste di Transit 3 sono Raffaella Crispino ed Eden Bannet: giovani (hanno rispettivamente 30 e 29 anni), già con qualche esposizione alle spalle tra Milano, Napoli e Israele, le due artiste hanno visitato ciascuna la città e il Paese dell’altra, con il risultato di una doppia mostra personale che mette insieme questi due sguardi paralleli e incrociati tra le due sponde del Mediterraneo. Transit 3 sarà in esposizione nella Project Room del Madre dal 23 ottobre al 30 novembre. Poi, come in ogni gemellaggio che si rispetti, si replica in Israele, al Cca di Tel Aviv dal 10 dicembre al 30 gennaio 2010.

«Ho trascorso in Israele quasi un mese – racconta a Terrasanta.net la Crispino – tra Tel Aviv, Gerusalemme e i check-point al confine con Gaza e con la Cisgiordania. Ne è venuta fuori una sorta di riflessione socio-antropologica fatta più di suggestioni che di descrizioni». Il lavoro dell’artista napoletana è composto da due parti. La prima consiste in un’installazione con cinque disegni a matita, in bianco e nero. «Ho osservato a lungo la fila dei palestinesi che rientra nella Striscia di Gaza dopo aver trascorso una giornata di lavoro a Tel Aviv. Un gran numero di uomini, soprattutto di mezza età, costretti a passare uno alla volta attraverso uno stretto varco girevole. Moltissimi portano con loro gli oggetti più disparati, cose che evidentemente nei Territori sono introvabili». E il tratto della Crispino racconta proprio questo fenomeno di «importazione»: sulla carta finiscono questi oggetti della quotidianità soggetti alla prova delle misure del gate: se il passaggio si rivela troppo stretto, l’ingresso è vietato. «Ho visto riuscire a far passare di tutto: zaini stracolmi, scatoloni, vecchi televisori, mazzi di fiori, una pila di sedie di plastica. Ne è venuta fuori una serie di disegni dove, accanto all’oggetto, ho voluto riportare l’indicazione delle misure delle tre dimensioni, una specie di catalogazione da museo di scienze naturali».

La seconda parte del lavoro è costituita da un video di 12 minuti, anche questo in un bianco e nero ricco di chiaroscuri nel quale luci e suoni sono centrali. Ci racconta ancora la Crispino: «Ho scelto di cominciare con una registrazione tratta dalle trasmissioni di The Voice of Peace, la prima radio libera di Israele, che dal 1973 al 1993 ha trasmesso da una barca al largo di Tel Aviv e che è stata la prima emittente israeliana a parlare apertamente di pace, insieme alla messa in onda della musica internazionale. Nel video si sente prima la voce di Abie Nathan, il fondatore di The Voice of Peace, e poi una mia manipolazione digitale del jingle della radio, una manipolazione in chiave cupa, quasi angosciante, che accompagna le immagini dei palestinesi in fila al check-point, le scene di vita di Tel Aviv, i flash delle macchine fotografiche al Santo Sepolcro a Gerusalemme». Ne viene fuori un ritratto pieno di contrasti: «È quello che mi ha colpito di più, questa convivenza così ravvicinata tra la normalità della vita e un contesto di conflitto, il tutto in pochi chilometri».

In modo quasi speculare, un video, un’installazione scultorea e una serie di frottage sono le modalità scelte dall’israeliana Bennet per raccontare Napoli, il suo caos, i suoi contrasti. «Tra la Terra Santa e il nostro Sud ci sono tanti punti in comune – ci dice ancora Raffaella Crispino -, soprattutto quel forte senso di religiosità così presente nelle città. Ma il mio progetto e quello di Eden sono stati concepiti in maniera assolutamente indipendente. Ci siamo viste molto, sia in Italia che in Israele, è nata anche un’amicizia, ma abbiamo impostazioni molto diverse. Eppure i due lavori hanno finito per parlarsi, e, esposti insieme, risultano in armonia».

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