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Il punto sul Muro

10/07/2009  |  Milano
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Cinque anni fa - il 9 luglio 2004 - l'Alta Corte di giustizia dell'Aja decretava l'illegittimità del muro di separazione tra Israele e i Territori palestinesi nelle parti in cui il tracciato non corrisponde a quello della Linea Verde, la linea armistiziale del 1949 che distingue Israele dai Territori palestinesi. Fu una sentenza molto discussa; ci fu addirittura chi arrivò a definirla antisemita, perché «non concedeva a Israele il diritto di difendersi». Vero e falso che sia, il governo di Gerusalemme ha del tutto ignorato questa sentenza. E quindi dopo che cosa è successo? A che punto è oggi la costruzione del muro?


Cinque anni fa – il 9 luglio 2004 – l’Alta Corte di giustizia dell’Aja decretava l’illegittimità del muro di separazione tra Israele e i Territori palestinesi nelle parti in cui il tracciato non corrisponde a quello della Linea Verde, la linea armistiziale del 1949 che distingue Israele dai Territori palestinesi. Fu una sentenza molto discussa; ci fu addirittura chi arrivò a definirla antisemita, perché «non concedeva a Israele il diritto di difendersi». Vero e falso che sia, il governo di Gerusalemme ha del tutto ignorato questa sentenza. E quindi dopo che cosa è successo? A che punto è oggi la costruzione del muro, l’opera iniziata nel 2002 con il criterio della massima urgenza perché serviva a salvare la vita di tanti israeliani?

I dati li fornisce una fonte assolutamente insospettabile: il Jerusalem Post. In occasione di questo quinto anniversario al quotidiano «moderato» israeliano è venuto in mente di fare una telefonata. Hanno chiamato il portavoce del ministero della Difesa. La sua risposta è stata: abbiamo completato circa 490 degli 805 chilometri previsti dal progetto. Anche al giornalista del Jerusalem Post a quel punto si è alzato un sopracciglio. I numeri sono infatti identici a quelli forniti nel febbraio 2008, quando gli avevano posto la stessa domanda dopo che a Dimona (nel Negev) si era verificato il più recente attentato suicida di un kamikaze palestinese in Israele. Negli ultimi quindici mesi – dunque – il muro è rimasto sostanzialmente fermo. Non è che il cantiere sia stato del tutto inattivo: infatti si è provveduto a ricostruire alcuni tratti che – come ampiamente previsto – la Corte suprema israeliana ha imposto di modificare, accogliendo i ricorsi di contadini palestinesi che si sono visti negare in nome della «sicurezza» l’accesso al proprio campo. Ma se andiamo indietro di due anni scopriamo che i chilometri aggiunti restano comunque appena 40. A questo punto l’obiettivo dichiarato di completare la struttura entro il 2010 appare irraggiungibile. Lo stesso portavoce del ministero della Difesa spiega nell’articolo che si potrebbe arrivare a 500 chilometri, che equivalgono a circa il 62 per cento del tracciato. E gli altri 300? Su 100 pendono altri ricorsi alla Corte Suprema e adesso il governo israeliano ha imparato ad aspettare prima di costruire. Per gli altri 200 – invece – i cantieri non sono stati nemmeno mai aperti, perché mancano i fondi.

Dietro al problema finanziario – però – c’è ben altro: il muro non va avanti perché è ormai in una situazione di empasse politico. È evidente anche a un bambino, infatti, che completare il muro significherebbe tracciare una linea in cui si dice: noi di qua e voi di là. E a quel punto solo arrampicandosi sugli specchi si potrebbe sostenere che quello non è un confine e che quindi – dalla parte «palestinese» – possono continuare a rimanerci decine di insediamenti di coloni israeliani. I lavori del muro non sono nemmeno iniziati nella sezione sud. E non è un caso. Se qui lo si costruisse davvero il muro non c’è tracciato che tenga: Hebron resterebbe inequivocabilmente dall’altra parte. Con buona pace di tutti i discorsi sulla tomba di Abramo e sull’antica capitale di Davide. Stesso discorso per Gerusalemme, dove completare la costruzione del muro significherebbe prendere posizione sulla questione di Ma’ale Adummim, il più popoloso tra gli insediamenti.

La verità è che Israele non può finire il muro per ragioni di politica interna. Ed ecco allora la più grande opera pubblica della sua storia rimanere lì incompiuta. Quasi come una moderna Torre di Babele. Incompiuta, ma niente affatto innocua. Perché comunque Israele gli obiettivi più importanti li ha raggiunti: le parti costruite sono davvero invalicabili; così è bastato spostare qualche check-point in più nelle aree scoperte per rendere l’accesso incontrollato dai Territori molto difficile. E i disagi creati dal muro ai palestinesi? Quelli ovviamente restano tutti. L’ultimo rapporto presentato in questi giorni dall’Ufficio dell’Onu per il Coordinamento delle questioni umanitarie (Ocha) conferma che migliaia di persone sono separate dal loro posto di lavoro, dalla loro scuola o dal loro ospedale. Non solo è impossibile recarsi a Gerusalemme, ma da molti villaggi della Cisgiordania è diventata una corsa a ostacoli raggiungere anche Betlemme.

Alla fine il muro ha raggiunto solo uno scopo: quello di cancellare dalla vista di tanti israeliani il dramma di tanti palestinesi che magari non hanno nulla a che fare con Hamas, i martiri di al-Aqsa o con gli attentati suicidi. Cinque anni dopo Israele può sentirsi davvero più tranquilla?

Clicca qui per leggere l’articolo del Jerusalem Post
Clicca qui per leggere l’ultimo rapporto pubblicato dall’Ocha

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