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Un cattolico palestinese s’interroga

Daniele Civettini
3 giugno 2009
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Un cattolico palestinese s’interroga
(clicca sulla foto per lanciare il video)

Con questo suo libro, Geries Sa'ed Khoury, cattolico palestinese di rito melchita, redige quasi il manifesto di una possibile «teologia contestuale palestinese». Che cosa designa questo termine? È un po' come interrogare il proprio Dio e quello degli altri: sul destino della Terra Santa, sulla differenza tra chi fa il volere di Dio e chi lo strumentalizza, deformandone l'immagine, per le proprie mire.


«Uno dei dilemmi più importanti per me è se, da palestinese cristiano e credente, devo trattare un ebreo israeliano come lui tratta me o se devo aprire un dialogo con lui e aiutare i nostri due popoli a raggiungere una soluzione giusta e pacifica. La seconda opzione richiede di affrontare molte questioni teologiche. (…) D’altra parte, in quanto palestinese cristiano quali dovrebbero essere la mia missione e la mia relazione con i fratelli e le sorelle musulmani e palestinesi?». Geries Sa’ed Khoury, melchita, preside del Dipartimento di Teologia della Mar Elias Educational Institutions di Ibilin e voce importante del Centro Al-Liqà di Betlemme per la promozione della tolleranza e dell’amicizia tra cristiani, musulmani ed ebrei, pone quesiti simili nel suo Un palestinese porta la croce, libro-manifesto di una possibile «teologia contestuale palestinese». Che cosa designa questo termine? È un po’ come interrogare il proprio Dio e quello degli altri: sul destino della Terra Santa, sulla differenza tra chi fa il volere di Dio e chi lo strumentalizza, deformandone l’immagine, per le proprie mire.

Come un pio ebreo israeliano avrebba il dovere di chiedersi se veramente, nel 2009, Israele obbedisca a Dio immaginando di scacciare tutti i palestinesi per riprendersi la Terra Promessa, così un musulmano palestinese deve riflettere sulla differenza che intercorre tra il rivendicare i propri diritti nazionali e l’appartenere all’islam adulterato del terrorismo planetario. Come un cristiano occidentale deve verificare la serietà dell’ipotesi di un Armageddon combattuto davanti alle mura di Gerusalemme tra uno schieramento di «buoni» e uno di «cattivi», così un arabo cristiano di Gerusalemme o di Gaza deve chiedersi, per converso, se gli è chiesto di amare ed obbedire ad un dio politico che ha progetti buoni per tutti tranne che per il popolo palestinese. Per un palestinese, tanto più se cristiano, cercare il volto di Dio e proporre tramite il dialogo la giustizia da cui scaturisce la pace sono due facce della stessa medaglia, come il dare ragione della propria speranza e portare la croce di una permanenza talvolta insostenibile.

Per questo la «teologia contestuale palestinese» parla innanzitutto di diritti: il possesso di una terra propria, per quanto piccola; l’accesso ai beni primari (acqua, energia, cibo); i fattori necessari per un’esistenza dignitosa (il lavoro, l’istruzione): questo, e non altro, è conforme al volto di Dio, al Cristo che ha difeso con la sua stessa vita la dignità di ogni uomo.

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