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Il Libano di nuovo a un bivio

03/06/2009  |  Milano
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Il Libano di nuovo a un bivio
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Con il voto del 7 giugno in Libano più di 550 candidati si contenderanno i 128 seggi del Parlamento. Si tratterà della seconda tornata elettorale dal ritiro delle truppe siriane nel 2005. Solo gli esponenti sostenuti dai due maggiori blocchi politici - l'alleanza di opposizione guidata dal movimento sciita Hezbollah e i loro rivali della coalizione 14 marzo - hanno la possibilità di ottenere un seggio in Parlamento, nel quale metà dei deputati è musulmana e l'altra metà cristiana. Le incognite del voto sono molte, resta da vedere se il Paese farà un passo avanti oppure indietro verso una nuova fase di difficile convivenza civile.


Negli auspici della comunità internazionale il 2009 «deve» essere per il Libano l’anno del pieno ritorno alla prosperità e alla pace, dopo gli stalli politici, le contrapposizioni interne, i postumi della guerra dell’estate 2006 di Hezbollah contro Israele. Molto dipenderà, evidentemente, dall’esito di un test cruciale, ovvero le elezioni legislative del 7 giugno, quando più di 550 candidati si contenderanno i 128 seggi del Parlamento. Si tratterà della seconda tornata elettorale dal ritiro delle truppe siriane nel 2005 e, per la prima volta, la consultazione si svolgerà in tutte le circoscrizioni in una sola giornata, anziché in quattro domeniche successive, come accaduto finora.

Sono soltanto un paio gli elementi che gli osservatori si sentono di prevedere con un relativo margine di certezza: innanzitutto solo gli esponenti sostenuti dai due maggiori blocchi politici – l’alleanza di opposizione guidata dal movimento sciita Hezbollah e i loro rivali della coalizione 14 marzo – hanno la possibilità di ottenere un seggio al Parlamento, di cui il 50 per cento dei deputati sono musulmani e l’altro 50 per cento cristiani. In secondo luogo, tra i due blocchi principali non c’è un sicuro favorito: si prevede infatti che fino all’ultimo i due blocchi saranno testa a testa e l’attuale premier Fouad Siniora (candidato a Sidone) avrà il suo bel daffare per confermare la sua risicata maggioranza.
Per il resto le incognite sono molte. Si va dai rapporti con la Siria a quelli con Israele, dall’influenza iraniana alle conseguenze dei lavori del neonato Tribunale speciale per il Libano che indaga sulla morte dell’ex premier Rafik Hariri, che ha recentemente rilasciato quattro ex generali arrestati nel 2005 perché sospettati di esser coinvolti nell’omicidio, provocando l’entusiasmo dei seguaci di Hezbollah.

Hezbollah ha annunciato che se il suo blocco vincerà – ne fanno parte il movimento sciita Amal del presidente del Parlamento Nabih Berri, il Movimento patriottico libero del leader cristiano Michel Aoun e il Partito social-nazionale siriano – manterrà «le porte aperte» per un governo di unità nazionale. Ma la formazione estremista ha anche tenuto a precisare che l’ala militare e quella politica del movimento costituiscono un tutt’uno, lasciando intendere che pur assumendo un ruolo di governo non ha intenzione di abbandonare le sue posizioni oltranziste.

La comunità internazionale, come detto, si aspetta molto da questo voto. Eppure, ha fatto notare Siniora, Beirut attende ancora circa 800 milioni di dollari promessi dai donatori per i danni della guerra del 2006 e per la ricostruzione del campo profughi palestinese di Nahr al-Bared, distrutto nel 2007. Gli Usa, da parte loro, hanno promesso di fornire prima delle elezioni assistenza logistica e aiuti militari. «Sosteniamo molto il governo libanese nei suoi sforzi per far sì che le prossime elezioni siano libere ed eque», ha detto il segretario di Stato Usa Hillary Clinton. Ma in molti si chiedono se il voto di giugno rappresenterà davvero un passo importante verso la rinascita del Paese o, viceversa, il momento in cui esploderanno le tante contraddizioni che segnano la vita politica libanese.

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