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Barack Hussein Obama tende la mano ai musulmani

05/06/2009  |  Il Cairo
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Barack Hussein Obama tende la mano ai musulmani
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al termine del discorso pronunciato ieri all'Università del Cairo. (foto White House/Pete Souza)

Alle 13.10 di ieri, ora locale, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha pronunciato nella capitale egiziana un atteso discorso sui rapporti tra gli Stati Uniti e l'islam, all'indomani dell'era Bush. L'inquilino della Casa Bianca era ospite dell'Università del Cairo e dell'ateneo Al-Azhar, il più prestigioso centro sunnita di studi islamici. Nelle sue «considerazioni per un nuovo inizio», durate poco meno di un'ora e spesso interrotte da applausi, Barack Hussein Obama ha messo in luce i punti in comune tra America e islam, Poi ha affrontato sei temi sui quali vi è tensione tra Occidente e musulmani. Non poteva mancare qualche riflessione sulla situazione della Terra Santa.


(g.s.) – Tra misure di sicurezza a dir poco imponenti, alle 13.10 di ieri, ora locale, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha pronunciato nella capitale egiziana un atteso discorso sui rapporti tra gli Stati Uniti e l’islam, all’indomani dell’era Bush. L’inquilino della Casa Bianca era ospite dell’Università del Cairo e dell’ateneo Al-Azhar, il più prestigioso centro sunnita di studi islamici.

Nelle sue «considerazioni per un nuovo inizio», durate poco meno di un’ora e spesso interrotte da applausi, Barack Hussein Obama si è presentato come «un cristiano» il cui padre proveniva «da una famiglia kenyota che include generazioni di musulmani».

Dopo essersi presentato come latore della buona volontà del popolo americano e dell’augurio di pace delle comunità musulmane che vivono negli Usa, Obama ha riconosciuto che «ci incontriamo in un momento di tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo, una tensione che si radica in forze storiche che vanno al di là del dibattito politico contingente. La relazione tra Islam e Occidente include secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche conflitti e guerre religiose. (…) Inoltre, il brusco cambiamento prodotto dalla modernità e dalla globalizzazione ha spinto molti musulmani a considerare l’Occidente come ostile alle tradizioni dell’Islam. Estremisti violenti hanno sfruttato queste tensioni in una piccola ma potente minoranza di musulmani. Gli attacchi dell’11 settembre 2001 e i continui sforzi di questi estremisti per ordire violenza contro i civili ha condotto alcuni nel mio Paese a vedere l’Islam come inevitabilmente ostile non solo all’America e ai Paesi occidentali, ma anche ai diritti umani. E ciò ha generato maggior paura e sfiducia (…) Questo ciclo di sospetto e discordia deve finire. Io sono venuto qui a cercare un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo, un inizio basato sul reciproco interesse e rispetto e sulla verità del fatto che America e Islam non si escludono a vicenda, e non devono necessariamente porsi in competizione».

Secondo Obama, Usa e islam hanno in comune molti princìpi, come giustizia, progresso, tolleranza e dignità degli esseri umani. Il presidente fa intendere di averne fatto esperienza nei suoi rapporti personali coi musulmani: nei contatti con il parentado paterno in Africa; durante gli anni trascorsi da ragazzo in Indonesia (il più grande Paese musulmano del pianeta); e nel periodo giovanile a Chicago, con l’esperienza di animazione sociale svolta anche a collaborando con le comunità islamiche cittadine.

Obama ha poi richiamato tutti i contributi offerti dai musulmani, lungo i secoli, nel campo del sapere e della scienza, aggiungendo che la prima nazione a riconoscere i neonati Stati Uniti d’America fu il Marocco e che «i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori – Thomas Jefferson – custodiva nella sua biblioteca personale».

«Una partnership tra America e Islam – ha detto il presidente Usa – deve basarsi su ciò che l’Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell’Islam, ovunque esso possa affiorare. Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell’America da parte dei musulmani. Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l’America non corrisponde a quell’approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto».

«Si sono dette molte cose – ha proseguito il capo della Casa Bianca – e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media. E ancora: la libertà in America è tutt’uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c’è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all’interno dei nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l’hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo».

Poi Obama ha toccato sei questioni che creano tensione tra Usa e musulmani e per le quali auspica una nuova collaborazione, senza restare prigionieri dei pregiudizi del passato: la violenza estremista in tutte le sue forme; il conflitto tra israeliani e palestinesi; gli armamenti nucleari; la democrazia; la libertà religiosa; i diritti delle donne.
Ci soffermiamo qui solo sulle prime tre, che riguardano da vicino il tema della pace e della guerra in Medio Oriente.

Chiarito che «l’America non è – e non sarà mai – in guerra con l’Islam», Obama ha sottolineato però che «noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l’uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano». E qui il presidente ha toccato il tema dell’Afghanistan e dell’Iraq: «Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l’America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l’ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così. (…) Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l’anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione». Quanto all’Iraq, Obama ha detto che la guerra scatenata nel 2003 dal suo predecessore «è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all’America per comprendere meglio l’uso delle risorse diplomatiche e l’utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi». Poi ha aggiunto: «Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l’America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell’Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l’accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall’Iraq entro il 2012. Aiuteremo l’Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unito da partner, non da dominatori».

Parlando di israeliani e palestinesi, il presidente Usa ha detto che i legami tra Israele e Stati Uniti sono «un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l’aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch’esso radici in una storia tragica, innegabile». Qui Obama ha menzionato la tragedia dell’Olocausto e l’uditorio ha ascoltato in silenzio: «Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l’odio. Minacciare Israele di distruzione – o ripetere vili stereotipi sugli ebrei – è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita».

Applausi scroscianti quando l’oratore si è riferito al popolo palestinese: «Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all’occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio. Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all’interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall’altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l’unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza».

«Questa soluzione – ha rimarcato il presidente – è nell’interesse di Israele, nell’interesse della Palestina, nell’interesse dell’America e nell’interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l’impegno che questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto nella Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro – e noi tutti con loro – facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità. I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l’umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell’America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all’Asia meridionale, dall’Europa dell’Est all’Indonesia. Questa storia ha un’unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l’autorità morale: questo è il modo col quale l’autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente».

Il capo della Casa Bianca ha poi fatto appello al realismo: «È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L’Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere. Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino».

«Israele – ha incalzato Obama – deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l’incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso».

Poi un richiamo alle responsabilità multilaterali della comunità politica mediorientale: «Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l’Iniziativa di pace araba è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l’attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l’incessante e autodistruttiva attenzione per il passato».

Altro tema caldo per il Medio Oriente: l’Iran che si sta dotando di armi nucleari. Obama ha riconosciuto che «da molti anni l’Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. (…) Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l’Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire».

Poi il presidente ha proseguito con toni morbidi: «Non è unicamente nell’interesse dell’America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa. Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l’impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni – Iran incluso – dovrebbero avere accesso all’energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto. Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo».

Un rapido cenno, per concludere, sulla parte del discorso dedicato alla libertà religiosa. «Tra alcuni musulmani – ha osservato Obama – predomina un’inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq. La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. (…) Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l’ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo. È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell’Arabia Saudita e la leadership turca nell’Alleanza di civiltà. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all’azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale».

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