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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Con i disabili il primo appuntamento del Papa

07/05/2009  |  Amman
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Poco dopo aver messo piede in Giordania, nel pomeriggio dell'8 maggio, Benedetto XVI entra nel vivo del suo viaggio in Terra Santa facendo sosta all'Istituto Nostra Signora della Pace, struttura voluta dalla comunità cattolica di rito latino per l'accoglienza e la promozione dei giovani disabili. Il centro sorge a pochi chilometri da Amman come un'oasi di tranquillità ed è frequentato da 36 ragazzi e ragazze, tutti provenienti da famiglie musulmane. L'inviato di Terrasanta.net ha incontrato le tre suore comboniane che mandano avanti le attività. La superiora, suor Adriana Biollo, ci guida nella visita al Centro.



L’Istituto Nostra Signora della Pace (anche noto come Regina Pacis) è una moderna struttura che sorge a pochi chilometri da Amman, lontano dal centro abitato. Sulla strada dall’aeroporto, prima di entrare in città si svolta salendo sul dorso di una collina. Pochi minuti di saliscendi tipico dell’entroterra giordano, tagliando una campagna decisamente verde: campi, boschi, anche un accampamento di pastori con alcuni dromedari che brucano tranquilli. Nostra Signora della Pace e in tutti i modi un posto di pace; sia perché il rumore del traffico caotico di Amman qui è completamente scomparso. Sia perché qui gli ospiti disabili trovano finalmente tranquillità e ascolto. Vi arrivano trasportati da alcuni pullmini, tutte le mattine. Corsi, assistenza, trasporti sono completamente gratuiti per tutti. Il vescovo latino, mons. Salim Sayegh, ha affidato la struttura alle cure di tre suore comboniane, una italiana, suor Adriana Biollo, una egiziana e una eritrea, che da due mesi si sono insediate e coordinano la squadra di insegnanti, assistenti sociali, educatori e fisioterapisti dello staff dell’istituto.

«Questo centro è per venire incontro alle necessità delle famiglie che hanno un figlio disabile – mi spiega suor Adriana, mentre giriamo per le aule dell’istituto -, perché in questa società, e in molti Paesi arabi, l’handicap purtroppo è considerato ancora una vergogna. Se hai un figlio disabile, allora tua figlia avrà difficoltà a sposarsi perché la gente penserà che anche tua figlia potrebbe avere figli disabili. Invece quello che vorremmo fare con questo centro è dare coraggio alle persone, aiutarle a non aver paura. Chi decide di mandare il proprio figlio al centro vince la paura, il timore di essere giudicato. Alcuni non ci mandano i figli, ad esempio, solo perché passando il pullmino vicino a casa a prendere i ragazzi, temono di essere identificati dai vicini… L’handicap è molto diffuso in Giordania e uno dei motivi risiede nella natura tribale della nazione. Spesso ci si sposa tra parenti stretti e il rischio di disabilità è più alto. Specie per i cristiani, che sono solo il 3 per cento e si sposano con lo stesso criterio, all’interno dei gruppi familiari. La cosa che notiamo è che soprattutto i musulmani hanno accettato il nostro aiuto: dei 36 ospiti che frequentano il centro, nessuno è cristiano».

Al piano superiore dell’istituto le classi in cui i ragazzi imparano a conoscere le proprie risorse e stanno insieme: piccoli banchi, lavagne disegnate, tanti colori ovunque. Adesso sono tutti riuniti in un’aula e stanno preparando il saggio di fine anno: ballano, recitano, e battono le mani al ritmo di musica. Al piano inferiore la piscina dove fare riabilitazione, la sala per la fisioterapia e il laboratorio in cui imparano a modellare vasellame, a tagliare le pietre colorate e comporre i mosaici, tutti piccoli lavori per cui ricevono un piccolo stipendio. In bella mostra nella sala anche il grande vaso decorato con l’immagine del battesimo di Gesù, che i ragazzi venerdì doneranno al Papa. «Nel laboratorio di ceramica lavoriamo in sette – racconta Hassan, l’insegnante di artigianato -. I ragazzi imparano a lavorare con le mani ma anche con la fantasia. Scelgono che tipo di decorazioni applicare ai vasi, alle tazze e ai piatti, scelgono i colori delle pietre dei mosaici e curano le varie fasi della produzione. I passaggi nel forno fino a quando l’oggetto è finalmente pronto per la vendita». «Quest’opera contribuisce a illuminare la Chiesa con una luce diversa – spiega suor Adriana -. Si mostra una Chiesa con un volto di carità ai musulmani. E in questo modo si evangelizza silenziosamente».

L’istituto è importante anche perché qui i ragazzi cristiani vengono a fare ritiri spirituali, stanno insieme e si conoscono. E, nel contesto di un Paese musulmano, si tratta di un’occasione del tutto particolare. Di fianco all’istituto per i disabili, nel centro, sorge anche la chiesa del buon Pastore, affrescata nello stile delle icone orientali dalle suore di Betlemme. Nei dipinti dell’abside da notare la rappresentazione della Chiesa viva, con i ritratti tra l’altro di Benedetto XVI, del patriarca latino di Gerusalemme emerito, mons. Michel Sabbah, e del vescovo ausiliare Salim Sayegh, tutti coinvolti nelle danze di un matrimonio. «Perché la Chiesa è chiamata a una festa», spiega suor Adriana.

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