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Turchia-Israele. Anche il turismo va in crisi

03/02/2009  |  Milano
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Turchia-Israele. Anche il turismo va in crisi

Gli operatori turchi del settore turistisco chiedono ai vacanzieri israeliani di non disertare i loro alberghi, villaggi-vacanze e stabilimenti balneari. Da alcuni anni a questa parte le coste della provincia turca di Antalya sono tra le mete preferite degli israeliani alla ricerca di giornate balneari a prezzi concorrenziali. La guerra di Gaza - scatenata dalle forze armate israeliane tra il 27 dicembre e il 20 gennaio scorsi in risposta al lancio di razzi da parte di Hamas sui centri urbani israeliani confinanti con la Striscia - ha cambiato le cose anche qui. Non volendo rischiare di trovarsi in un ambiente ostile, gli israeliani optano per altre mete. Almeno per il momento.


(g.s.) – Gli operatori turchi del settore turistisco chiedono ai vacanzieri israeliani di non disertare i loro alberghi, villaggi-vacanze e stabilimenti balneari. Da alcuni anni a questa parte le coste della provincia turca di Antalya sono tra le mete preferite degli israeliani alla ricerca di giornate balneari a prezzi concorrenziali. La guerra di Gaza – scatenata dalle forze armate israeliane tra il 27 dicembre e il 20 gennaio scorsi in risposta al lancio di razzi da parte di Hamas sui centri urbani israeliani confinanti con la Striscia – ha cambiato anche qui le cose, almeno per il momento. Mentre sul terreno la campagna militare è sospesa e vige la tregua, ad Antalya fioccano le disdette degli israeliani, preoccupati per i sentimenti poco favorevoli nei confronti di Israele che serpeggiano in Turchia.

In effetti i pesanti bombardamenti di aviazione e artiglieria israeliane sulla Striscia hanno suscitato – con il loro alto numero di vittime e feriti e il probabile uso di ordigni illeciti – grande sconcerto nell’opinione pubblica turca come in quelle dei Paesi arabi. Il 29 gennaio al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, se ne è fatto interprete il premier Recep Tayyip Erdogan, in un duro intervento in cui ha detto che «i Territori palestinesi (di Gaza) sono una prigione a cielo aperto, isolata dal resto del mondo», dove, se vuoi «importare anche solo una cassetta di pomodori, devi avere il permesso di Israele». Affermando di guardare alla situazione da un punto di vista umanitario, Erdogan denunciava l’uso sproporzionato della forza da parte di Israele e dichiarava che gli aiuti umanitari che la Turchia ha inviato tramite la Mezzaluna Rossa hanno potuto entrare nella Striscia solo dopo un difficile lavoro dei diplomatici turchi (che pure sono considerati dal governo israeliano come rappresentanti di un Paese amico). Erdogan aveva terminato il suo intervento auspicando l’apertura di una nuova fase di negoziati per la pace in Medio Oriente in cui anche Hamas sia ritenuto un partner con cui parlare, soprattutto se le prossime elezioni palestinesi dovessero confermargli la fiducia degli elettori. Pronta e vivace, a Davos, la reazione del presidente israeliano Shimon Peres, presente anche lui allo stesso dibattito.

Le parole di Erdogan avranno forse ripercussioni sul ruolo di mediazione che il suo governo svolge da mesi tra Siria e Israele. Per ora suonano come una spia d’allarme per i turisti israeliani che certamente non intendono trascorrere le vacanze in un ambiente ostile. Gli albergatori di Antalya cercano di essere rassicuranti. «Qui da noi non ci sono problemi di sicurezza e non abbiamo nulla a che fare con le questioni politiche. Gli israeliani sono i benvenuti, come ogni altro nostro ospite», dice il titolare dello Spice Hotel, anche lui di cognome Erdogan, in un commento riportato oggi dal sito web del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. Gli fa eco un collega: «Le pluriennali relazioni tra noi e Israele non devono finire in un giorno e certamente non a causa di dichiarazioni politiche. Non siamo in guerra con Israele. Abbiamo lavorato insieme per tanti anni. Lasciamo da parte la politica. Quello che vedete in tivù o sentite nei notiziari non rispecchia la realtà».

A differenza dei vacanzieri europei, quelli israeliani visitano la Turchia anche in questi mesi di «bassa stagione». Quindi, benché rappresentino solo il 5 per cento dei flussi, la loro assenza viene percepita con rammarico, soprattutto in una fase in cui anche altri buoni clienti, come i russi, sono indotti a disertare a causa della crisi finanziaria. Tra gli operatori, si prevede che gli israeliani possano tornare entro l’estate, quando le acque si saranno un po’ calmate, anche perché è difficile che trovino altrove servizi turistici con un rapporto qualità/prezzo analogo a quello offerto in Antalya. Nel frattempo, tra le mete alternative più quotate vi sono Barcellona, Cipro, le isole greche, ma anche capitali europee come Praga e Budapest. Oltre naturalmente ad Eilat, la Rimini israeliana sulla costa del Mar Rosso.

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