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L’Italia lancia le Palestiniadi in terra libanese

02/12/2008  |  Beirut
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Sono arrivati in 350. Ragazzi e ragazze palestinesi, da tutti i campi profughi del Libano. Con le magliette colorate, le loro borse sportive, gli allenatori. Divisi per squadre e per discipline. E con una gran voglia di giocare. Quella che si è svolta sabato 29 novembre - nel Centro sportivo dell'Unrwa di Siblin - è stata la loro festa. L'iniziativa delle Palestiniadi, alla prima edizione in Libano, è stata organizzata dall'ufficio di Cooperazione dell'ambasciata italiana, in collaborazione con l'Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa). Una giornata ispirata allo spirito olimpico e dedicata a una fascia sociale particolarmente fragile: i minori.



Sono arrivati in 350. Ragazzi e ragazze palestinesi, da tutti i campi profughi del Libano. Con le magliette colorate, le loro borse sportive, gli allenatori. Divisi per squadre e per discipline. E con una gran voglia di giocare. Quella che si è svolta sabato 29 novembre – nel Centro sportivo dell’Unrwa di Siblin – è stata la loro festa.

L’iniziativa delle Palestiniadi, alla prima edizione qui in Libano, è stata organizzata dall’ufficio di Cooperazione dell’ambasciata italiana, in collaborazione con l’Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa). Una giornata ispirata allo spirito olimpico, come suggerisce il nome. E dedicata a una fascia sociale particolarmente fragile: i minori.

In Libano si contano oltre 400 mila profughi palestinesi. Sono distribuiti in 12 campi diversi, per la maggior parte in condizioni di povertà e isolamento. Esclusi dai principali lavori, marginalizzati e guardati con sospetto da molti libanesi (per i quali, dall’esperienza della guerra civile del ’75, palestinese è sinonimo di destabilizzazione). E con difficoltà di accesso ai livelli superiori d’istruzione. Tutto questo si traduce, sulla pelle di bambini e ragazzi, in mancanza di futuro.

«Abbiamo voluto che questa fosse una giornata di festa – ha spiegato Fabio Melloni, responsabile dell’Ufficio di Cooperazione italiana – perché questi ragazzi vivono praticamente in ghetti, senza possibilità di avere normali relazioni con l’esterno, senza gli svaghi che hanno i loro coetanei».

E per far questo, si è partiti da un gradino semplice ma fondamentale per lo sviluppo: lo sport. Perché nei campi profughi in Libano manca anche questo: palestre decenti, strutture attrezzate, lo spazio per un campo da calcio.

Come ha confermato Musa Musa, allenatore di una squadra femminile nel campo di Bourj El Shemali, a Tiro: «Siamo costretti ad affittare un campo all’esterno ed è costoso – ha detto – ma cerchiamo di farlo perché loro ne hanno bisogno. Da noi c’è il campetto della scuola, ma è in cemento. Spesso ci si fa male. Altrimenti, resta la strada».

Musa ha sorriso, dietro ai baffi, quando gli abbiamo chiesto se sia contento delle sue ragazze. «Sì, ora sì – ha detto – è divertente. Perché hanno una gran voglia di giocare. Ma non è stato facile creare una squadra femminile. Per le nostre tradizioni, il calcio è uno sport da maschi. E le famiglie avevano mille paure, anche sulle divise che avrebbero indossato. Ma come vedete, sono coperte. E giocano».

E in effetti, le «sue» ragazze hanno giocato. E hanno vinto. Sabato a Siblin le competizioni di calcio, basket, volley, corsa sono proseguite fino al primo pomeriggio, sui diversi campi. Con particolare intensità sul parquet della pallavolo.

Tanti di questi ragazzi hanno espresso sogni legati allo sport: chi vorrebbe diventare calciatore – naturalmente – come il 14enne Mohammad. Chi allenatrice di pallavolo, come l’amica Rana. E chi, come il 19enne Ghazi, ha un piano chiaro in testa: fare giornalismo all’università («se me la potrò permettere»). Continuare a studiare italiano. E poi proporsi ad Al Jazeera Sport, sede di Roma. Sogni comuni. Ma anche lontanissimi.

Nelle intenzioni della Cooperazione italiana, il passo successivo alle Palestiniadi dovrebbe essere una raccolta fondi per ristrutturare o creare nuovi spazi sportivi nei campi. Ed è quello che a Siblin tutti si auguravano. «Perché la festa finisce ma i problemi restano – ci ha detto Joseph, allenatore di pallavolo a Beddawi – e nessuno più di questi ragazzi ha bisogno di imparare disciplina e ordine attraverso lo sport».

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