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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

L’arcivescovo Fouad Twal si è insediato come patriarca latino

23/06/2008  |  Gerusalemme
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Fine settimana intenso, quello appena trascorso, per i cattolici di rito latino a Gerusalemme. Sabato 21, mons. Michel Sabbah ha concluso il suo mandato di patriarca cedendo simbolicamente il bastone pastorale al suo successore, l'arcivescovo Fouad Twal. Una solenne Messa di rendimento di grazie è stata celebrata nella basilica delle Nazioni (o basilica dell'Agonia) presso il Getsemani, ai piedi del Monte degli Ulivi. Domenica pomeriggio, accompagnato da un corteo vociante e imponente, mons. Twal ha fatto l'ingresso solenne al Santo Sepolcro. Lunedì vi ha celebrato la sua prima Messa da patriarca. Vi proponiamo una breve sintesi degli eventi.



Fine settimana intenso, quello appena trascorso, per i cattolici di rito latino a Gerusalemme. Sabato 21, mons. Michel Sabbah ha concluso il suo mandato di patriarca cedendo simbolicamente il bastone pastorale al suo successore, l’arcivescovo Fouad Twal.

Una solenne Messa di rendimento di grazie è stata celebrata nella basilica delle Nazioni (o basilica dell’Agonia) presso il Getsemani, ai piedi del Monte degli Ulivi. La chiesa concattedrale, situata all’interno del patriarcato latino, sarebbe stata troppo piccola per accogliere i fedeli mentre nella basilica del Santo Sepolcro, la cattedrale, le celebrazioni sono soggette alle rigide regole dello status quo.

Tra gli ospiti illustri il cardinale John Patrick Foley, gran maestro dei cavalieri del Santo Sepolcro, accompagnato da una delegazione internazionale di cavalieri e dame; mons. Camillo Ballin, vicario apostolico del Kuwait e rappresentante della Conferenza dei vescovi latini nelle regioni arabe (Celra); gli altri vescovi e ordinari cattolici di Terra Santa; fra Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa. Con loro un centinaio di preti, numerosi religiosi e religiose, i rappresentanti delle Chiese ortodosse e protestanti, i consoli di Spagna e di Francia, varie autorità civili e religiose, molti fedeli.

All’inizio della celebrazione il nunzio apostolico, mons. Antonio Franco, ha letto una lettera di Benedetto XVI contenente parole di gratitudine a mons. Sabbah per tutto il lavoro compiuto nel corso della sua vita e, specialmente, negli ultimi vent’anni, spesi come patriarca latino di Gerusalemme. La messa è poi proseguita in arabo.

Nell’omelia di commiato Sabbah ha salutato tutti gli ospiti e invitato i rappresentanti delle Chiese di Gerusalemme, cattoliche, ortodosse e protestanti presenti a rendere «grazie a Dio per il cammino che ci ha consentito di fare, rendendoci capaci di compierlo insieme, durante gli anni passati, nella collaborazione e nell’amore fraterni».

Poi ha esortato a pregare «per tutte le autorità politiche di Israele, Palestina, Giordania e dell’isola di Cipro, parte anch’essa della nostra diocesi, e che ha pur essa un conflitto politico da risolvere. Per i nostri capi politici preghiamo e chiediamo a Dio di metterli sulle vere strade della giustizia, della pace e della riconciliazione. I nostri punti di vista, della Chiesa e degli Stati, non sono sempre gli stessi su certe posizioni (…) Ma la nostra preghiera e il nostro amore sono gli stessi per ogni persona e per tutti i responsabili».

«Portiamo nella nostra preghiera – ha soggiunto Sabbah – le inquietudini, le gioie, le attese e le sofferenze di tutti gli abitanti di questa terra, ebrei, musulmani, drusi e cristiani. Vi portiamo pure le piaghe sanguinanti di due popoli , dell’occupante e dell’occupato, l’israeliano e il palestinese. Per tutti chiediamo a Dio di concedere saggezza e coraggio, per sconfiggere il male dell’occupazione e il male della paura che paralizza la marcia verso la pace».

Poi, il patriarca emerito ha suggerito ai suoi gli atteggiamenti spirituali con cui proseguire il cammino: «Per me questo luogo santo, il Giardino degli Ulivi del Getsemani, è il posto appropriato per dire grazie a Dio (…) Qui ci ricordiamo che ogni missione che ci viene confidata è un’azione che proviene da Lui e gli appartiene, e non è un progetto umano, che emana da uno qualsiasi di noi. (…) Noi cristiani dobbiamo liberarci da ogni complesso di debolezza e di paura, dovuto al fatto che siamo pochi, o ad altre ragioni. Perché viviamo tuttora nelle medesime condizioni in cui lo stesso Gesù ha vissuto, qui, come peraltro la prima Chiesa di Gerusalemme, duemila anni fa. E come aveva detto ai suoi discepoli, duemila anni fa, ci dice ancor oggi: "Non temere, piccolo gregge" (Lc 12,32). Il cristiano non ha ragione di sentirsi debole o di comportarsi come tale quando Dio colma la terra della sua presenza. La forza del cristiano sta nel penetrare nel mistero di Dio, in quello della sua provvidenza, in quello della vocazione che ha dato a questa terra e a tutti coloro che la abitano».

«La strada è difficile – ha concluso Sabbah – e noi siamo chiamati a vivere una vita difficile. Questa è la nostra vocazione. Ciò però non vuol dire che siamo chiamati a sottometterci al fatalismo del male che ci attornia nè vuol dire che dobbiamo rassegnarci al male e all’oppressione degli uomini. Al contrario, forti della presenza di Dio nella sua Creazione, forti del comandamento dell’amore, in consapevolezza ed esperienza, facciamo fronte e resistiamo fino a quando la vita ritrovi la giustizia e diventi abbondante per noi e per tutti».

Nel primo pomeriggio di domenica 22 mons. Fouad Twal ha fatto ingresso solenne al Santo Sepolcro come nuovo patriarca latino di Gerusalemme. Il presule è stato attorniato da una folla incontenibile, a tratti indisciplinata e rumorosa. Nonostante ciò la cerimonia è stata, tuttavia, solenne. A cominciare dall’impressionante corteo che, preceduto dagli scout e dai kawas, passando per la porta di Jaffa, ha fatto ala a mons. Twal dalla sede del patriarcato latino al Santo Sepolcro. Dopo aver baciato la pietra dell’Unzione e asperso con acqua benedetta la folla, il nuovo patriarca ha ascoltato le parole di benvenuto pronunciate dal Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa.

«Il mio benvenuto qui – ha detto fra Pizzaballa – ha, oggi, questa coralità: l’espressione della gioia di essere Chiesa, popolo di Dio, comunità dei discepoli di Gesù, che guarda a lei come guida; successore degli apostoli che in questa nostra Terra sono stati scelti dal Signore Gesù per diventare capaci di annunciare il vangelo con semplicità e verità. È significativo che a Gerusalemme questo suo ministero inizi qui: il brano evangelico che è al centro di questa celebrazione inizia con le parole: «Non temete!». Nei racconti della Risurrezione, così come dell’Annunciazione a Nazareth, e della nascita a Betlemme, i grandi eventi evangelici iniziano con questa parola: «Non temete!». Dio dimostra una sollecitudine affettuosa e attenta verso la nostra fragilità umana, e i suoi messaggeri si fanno premura di predisporre il nostro animo ad accogliere un importante, fondamentale e vitale dono di Dio: la gioia! Cosa sarebbe la nostra fede senza la gioia! E dove la sua sorgente se non nella Risurrezione del Signore, nella vittoria che Gesù – morto per amore di ognuno di noi, crocifisso per la salvezza di tutti gli uomini – ha conseguito qui, risorgendo come Cristo, vivo per sempre e per sempre in mezzo a noi?».

La celebrazione è poi proseguita con il corteo che, al canto del Te Deum, si è diretto di fronte alla Tomba vuota. Qui, la lettura del Vangelo, da parte del Custode. Al termine il vicario generale del patriarcato, mons. Kamal Bathish, ha letto la bolla papale di nomina. Un breve indirizzo di benvenuto al nuovo patriarca, pronunciato da mons. Salim Sayegh, vescovo ausiliare per la Giordania, ha preceduto il saluto di mons. Fouad Twal alla folla, in arabo e in francese.

Anche l’arcivescovo è tornato a incoraggiare il suo popolo come già mons. Sabbah il giorno prima: «Prima di noi, il Signore ha conosciuto i più duri drammi umani e provato le più amare sofferenze: privazioni, ingiustizie, solitudine e agonia. Ha percorso le strette vie di Gerusalemme portando la sua croce, cadendo diverse volte e rialzandosi sempre, fino alla morte. Si è lasciato sotterrare e calpestare, come il chicco di grano che si semina e muore. Noi pure, in quanto popolo, Chiesa e individui, sappiamo quali croci, quali sfide e quali difficoltà ci attendono. Sappiamo fin d’ora che ci saranno delle cadute e delle prove severe. La tua morte, Signore, continua a realizzarsi in noi e in ciascuna persona che soffre, che è perseguitata, che ha paura o che è sbandata. Il nostro popolo di Terra Santa, come tutti i popoli del Medio Oriente, non cessa di gemere e di soffrire attendendo l’ora della sua liberazione, l’ora della sua resurrezione, perché la sua via crucis continua ancora, e ancora. E tuttavia, come è corta la distanza che separa il Golgota dal Sepolcro vuoto, così noi sappiamo che è corta la distanza dalla morte alla Resurrezione. Per questo non c’è motivo alcuno di aver paura».

«Da qui, per la grazia del Risorto» mons. Twal ha voluto rivolgersi a un uditorio più ampio: «Noi lanciamo un appello ai capi delle nazioni in conflitto, e sono tutte care al nostro cuore: "Abbiate timore di Dio e pietà del vostro popolo, dei giovani, dei bambini, dei vecchi. Abbiate il coraggio di trovare soluzioni giuste, perché tutti possiamo vivere in pace e in sicurezza". E lanciamo un appello alla comunità internazionale perché, mossa da senso di responsabilità, dal coraggio e dalla giustizia aiuti i popoli della regione a prendere decisioni giuste. Siamo sicuri che la pace è possibile, che la giustizia è possibile, che la fiducia reciproca è possibile. Lanciamo pure un appello ai fedeli delle tre religioni monoteistiche e delle diverse confessioni cristiane di questa città santa perché possiamo continuare ad approfondire il nostro dialogo, rafforzare la nostra solidarietà nella carità e proseguire in questo spirito i nostri incontri».

Nella mattinata di lunedì Twal ha celebrato la sua prima Messa da patriarca latino al Santo Sepolcro. Mercoledì è previsto il solenne ingresso nella basilica della Natività, a Betlemme. Domenica 29 giugno l’arcivescovo sarà a San Pietro, in Vaticano, dove riceverà il pallio, emblema della sua dignità patriarcale, dalle mani del Papa.

(Per leggere la versione integrale delle omelie e dei discorsi pronunciati clicca qui)

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