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Il cardinal Tauran: non c’è solo l’islam

12/06/2008  |  Roma
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Il cardinal Tauran: non c’è solo l’islam
Il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso.

Nei giorni scorsi si è svolta in Vaticano l'assemblea plenaria del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. Il 9 giugno Terrasanta.net ha ottenuto un'intervista esclusiva con il suo presidente, il cardinale Jean-Louis Tauran. Vi proponiamo la traduzione integrale della versione inglese pubblicata il 10 giugno. Il proposito del dialogo fra le religioni, spiega tra l'altro il porporato, è di conoscere meglio l'altro per comprendere con maggiore profondità la sua fede. Noi dobbiamo dialogare con tutte le esperienze religiose e non solo con l'islam, ha aggiunto Tauran, ammettendo che negli ultimi tempi questa religione ha un po' monopolizzato la nostra attenzione.


Il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso ha concluso nei giorni scorsi la sua assemblea plenaria annuale. Il 9 giugno Terrasanta.net ha realizzato un’intervista esclusiva con il cardinal Jean-Louis Tauran, presidente dell’organismo vaticano. Si è parlato dei temi della riunione, delle voci di colloqui tra Vaticano e Arabia Saudita e delle attese del cardinale riguardo alla Faith Foundation, l’istituzione recentemente fondata dall’ex primo ministro britannico Tony Blair.

Eminenza, il Pontificio consiglio che lei presiede sta per emanare nuove linee guida sul dialogo interreligioso. Perché ritenete che ve ne sia bisogno proprio ora?
Il problema, come ha detto il Papa, è che vi sono molte iniziative in corso in tutto il mondo ed è necessario mettere un po’ di ordine. Così abbiamo ritenuto che sia una buona idea proporre ai preti, ai vescovi e a tutti gli altri fratelli e sorelle una specie di road map con suggerimenti concreti. Naturalmente essi dovranno poi essere adattati a livello locale, dal momento che la situazione di chi vive in Marocco non è la stessa di chi sta in Giappone.

Si tratterà di un aggiornamento delle precedenti linee guida emanate dal Pontificio consiglio all’inizio degli anni Novanta?
Sì, dovrebbe esserci maggiore concretezza e intendiamo adattarle a ogni situazione perché il dialogo interreligioso è pane quotidiano per tutti. Va aggiunto che le linee guida non sono ancora pronte. Stiamo elaborandole alla luce delle nostre discussioni.

Verrà data un’enfasi particolare all’islam?
No, prenderemo in considerazione tutte le religioni. L’aspetto interessante dei nostri lavori è che non ci siamo concentrati sull’islam. In qualche misura siamo un poco ostaggio dell’islam, il quale è molto importante ma ci sono anche altre grandi tradizioni religiose asiatiche. L’islam è solo una di esse.

C’era dunque l’avvertenza che l’islam non dovesse monopolizzare i lavori?
Sì, la gente ormai è ossessionata dall’islam. Il mese prossimo andrò in India e voglio dare il messaggio che tutte le religioni sono uguali. Talvolta ci sono delle priorità dettate da situazioni particolari, ma non dovremmo trarne l’impressione che vi siano religioni di prima classe e altre di seconda classe.

Quali sono stati, dal suo punto di vista, i principali risultati della vostra assemblea?
Innanzitutto abbiamo messo in chiaro che ci sono moltissime cose in comune tra noi e altri credenti, per esempio che crediamo in un unico Dio, che professiamo la stessa sacralità della vita, la necessità della fraternità, l’esperienza della preghiera. Perché è molto importante sottolineare che il dialogo interreligioso non è un’analisi sociologica o una strategia politica. È un’attività religiosa e il linguaggio della religione è la preghiera, perciò dobbiamo sempre sottolineare questo punto. Abbiamo anche posto l’accento sulla formazione dei giovani perché siamo consapevoli che nella società in cui viviamo, di tipo multietnico e multiculturale, le giovani generazioni si sentono forse un po’ smarrite. Dunque è necessario offrire loro dei punti di riferimento e le religioni, ovviamente, sono molto importanti anche sotto questo aspetto. Inoltre, come il Papa ha detto nel suo discorso, vi è la necessità della formazione dei preti, dei seminaristi e dei comuni fedeli. Si tratta di qualcosa di nuovo ed è conseguenza del mondo in cui viviamo.

Avete toccato anche questioni come l’identità, il proselitismo, la reciprocità. È la prima volta in cui viene attribuito tanto rilievo al tema della reciprocità?
No. Ciò che è bene per me è bene anche per l’altro. Così, se è possibile per i musulmani avere moschee in Occidente, noi dovremmo ricevere un simile trattamento nelle nazioni islamiche. E ciò non accade in molti Paesi. Ce ne sono alcuni. Ad esempio ero a Doha, in Qatar, il mese scorso e ho celebrato la Messa nella nuova chiesa che è stata consacrata alcune settimane fa. È un edificio imponente, accanto al quale presto verrà aperta una scuola gestita da suore. Questo è un caso di buon dialogo interreligioso con effetti molto concreti. In Arabia Saudita non accade ancora.

Si è parlato molto di presunti colloqui in corso tra Vaticano e Arabia Saudita. Può dirci qualcosa in merito?
Non dovrei parlare dei colloqui, ma c’è stata la visita del re (Abdullah) al Papa. Il colloquio che ebbe luogo in quell’occasione è stato molto positivo. Questa mattina ho letto che il sovrano ha invitato Abu Mazen e altri leader religiosi musulmani in Arabia Saudita per colloqui, ma non ne so di più. Il re ha in mente un dialogo tripartito tra cristiani, musulmani ed ebrei e penso che stia cominciando a convincere i suoi.

Si fa un gran parlare di costruire una chiesa in Arabia Saudita… Quanto è verosimile?
Penso che sia prematuro. Suppongo – ma non so di preciso perché non abbiamo informazioni esatte sulle intenzioni del sovrano saudita – e immagino che ci sarà un’evoluzione graduale, cominciando, ad esempio, con la possibilità di celebrare funzioni religiose negli alberghi e nelle ambasciate. Così che ci sia un primo passo. In un’evoluzione successiva, con le giovani generazioni, potrebbe essere possibile anche costruire una chiesa, dal momento che abbiamo così tante chiese nel Golfo, come in Bahrein, ad esempio. Ricordo di aver consacrato io stesso molti anni fa una chiesa con tremila parrocchiani a Muscat, nel sultanato dell’Oman. Poi c’è il Kuwait e molti altri Paesi.

Avete discusso a lungo del Forum cattolico-musulmano?
No, lo abbiamo menzionato, ma non veramente discusso.

Che progressi registrate in proposito?
Stiamo cominciando i preparativi. Si tratta di individuare i relatori e cominciare a diramare gli inviti ai relatori, dopo aver verificato se sono liberi. Domani (il 10 giugno – ndr) avremo un’altra riunione con il comitato di collegamento musulmano dell’Arabia Saudita. Stiamo lavorando sodo.

Si è parlato della conversione dell’ex musulmano Magdi Allam interpretata come un regresso da taluni degli studiosi islamici che hanno preso parte all’iniziativa Una parola comune tra noi e voi?
No, nessuno l’ha menzionata.

Qualcuno sostiene che i leader musulmani vogliano un tipo di dialogo diverso da quello che ha in mente il Papa. Secondo questa lettura i musulmani immaginano un dialogo in cui ogni tradizione rispetta l’altra nella sua sfera, mentre invece il Santo Padre intende andare oltre e riflettere più in profondità sulla libertà di cercare Dio e di ammettere la possibilità di conversioni al cristianesimo, se avvengono. Cosa ha da dire a riguardo?
Lo scopo del dialogo interreligioso è di conoscere meglio l’altro per capire i contenuti della sua fede. Naturalmente il Santo Padre insiste sulla libertà religiosa, libertà di avere una religione o di non averne alcuna, ma anche libertà di cambiare quella che si ha. Ciò è giù statuito nel diritto internazionale. Naturalmente i musulmani la pensano diversamente.

Hanno idee diverse in proposito?
Sì, e per questo è importante parlarci per chiarificare la nostre rispettive posizioni.

Guardando alla Terra Santa, che importanza rivestono il lavoro del suo Consiglio e il dialogo interreligioso nel giocare un ruolo più concreto nel pacificare la regione?
Non dobbiamo attribuire a questo Pontificio consiglio un’importanza eccessiva. Gran parte del dialogo avviene a livello di Chiese locali. Come abbiamo discusso la settimana scorsa, noi possiamo aiutare i vescovi e i sacerdoti a chiarirsi le idee in materia di dialogo interreligioso, su ciò che può essere fatto e sull’esperienza delle Chiese locali. Quelli sono i cristiani sugli avamposti di questo dialogo. Senza dubbio se in Terra Santa vi sarà una più fruttuosa collaborazione tra musulmani, cristiani ed ebrei la situazione sarà molto migliore di quanto non sia ora. L’importante è comprendere che le religioni non fanno guerra. Sono i loro seguaci, semmai, a farla. Le religioni in se stesse sono messaggere di pace e fraternità, ma sfortunatamente alcuni seguaci di queste religioni si fanno guerra. In una società in cui tutti i credenti si mettono insieme, essi contribuiscono all’armonia sociale. Per questa ragione non dobbiamo temere le religioni, al contrario…

Ma il Vaticano lavora per fare del dialogo interreligioso uno strumento di pacificazione?
Sì, ci sono il Pontificio consiglio Giustizia e Pace e la diplomazia pontificia. Ho in mente un’idea semplice che vado ripetendo da quando lavoravo in Segreteria di Stato. Dobbiamo condividere una convinzione: non possiamo essere felici gli uni senza gli altri, né tanto meno gli uni contro gli altri. È tanto semplice.

In che misura l’esodo dei cristiani di quelle zone ostacola questi sforzi?
È un disastro perché il luogo in cui Cristo ha vissuto, è morto ed è risorto potrebbe diventare come un museo ed è precisamente ciò che non vogliamo. Quando parliamo di Luoghi Santi, non intendiamo, per esempio, il Santo Sepolcro. Sono le famiglie che vivono attorno al Santo Sepolcro, le loro scuole, la loro lingua, il loro folclore, l’artigianato, le botteghe, gli ospedali e le università. Tutto questo sono i Luoghi Santi, non un museo ma una comunità vivente che ha in mezzo a sé un luogo santo, una chiesa o una moschea. Dobbiamo evitare che tutti quei luoghi diventino musei. Devono essere realtà vive.

Anche l’insegnamento cristiano sul perdono è molto importante, no? Le altre religioni non hanno un messaggio di riconciliazione altrettanto potente.
Sì, perdono e compassione sono cose di cui discuteremo con la delegazione dell’Arabia Saudita. Sono concetti tipicamente cristiani. Anche nel Corano c’è la compassione, ma Cristo che muore in croce ha un’intensità molto maggiore.

Inoltre ebrei e musulmani hanno piuttosto una mentalità da «occhio per occhio, dente per dente».
Sì.

Cosa ne pensa della Faith Foundation creata da Tony Blair?
Ho avuto modo di parlare con il signor Blair di quella fondazione e sono pronto a offrire il nostro aiuto, ma si tratta di un compito molto arduo. Credo che lui abbia carisma e volontà, ma l’obiettivo è esigente. Se potremo essere d’aiuto lo faremo con piacere perché ha una chiara leadership e una grande buona volontà.

Il messaggio ricorrente di Blair è che dobbiamo contrastare l’estremismo in ogni religione, ma altri intravedono un estremismo cattolico nel semplice attenersi rigorosamente agli insegnamenti della Chiesa. Cosa dice di questo modo di vedere le cose?
Ogni religione ha il proprio corpus dottrinale e bisogna rispettarlo, ma l’estremismo è altra cosa. È quando uno perde il senso delle proporzioni, quando impone le cose. Noi proponiamo ma non imponiamo con la forza. La verità deve imporsi da se stessa, non tramite la spada. Credo che il signor Blair, recentemente diventato cattolico, abbia intelligenza, esperienza e buona volontà. Sono fiducioso che avrà successo e siamo pronti a collaborare.

Un gesuita esperto di islam come il prof. Christian Troll, che lei conosce bene, ha recentemente riferito all’edizione in lingua inglese della rivista Terrasanta (The Holy Land Review) di ritenere che il pericolo più grande per il dialogo interreligioso sia la superficialità della fede. È d’accordo?
Sì. Per questo la formazione è importante, perché non si può dialogare con un’altra religione sulla base delle ambiguità. Il dialogo non funziona se non hai una chiara idea su cosa e in chi credi e su come orientare la tua vita in obbedienza alla fede.

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