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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Una banda nel deserto

Giampiero Sandionigi
10 aprile 2008
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Una banda nel deserto
Uno scorcio panoramico del Grande Cratere, nel deserto del Negev (Israele).

Otto musicisti alla deriva della piccola banda del corpo di polizia di Alessandria d'Egitto sbarcano all'aeroporto Ben Gurion in un caldo pomeriggio estivo. Sono stati invitati in Israele per accompagnare con le loro musiche tradizionali l'inaugurazione di un centro culturale arabo a Petah Tikva, ma nessuno li aspetta all'arrivo e loro prendono l'autobus sbagliato e finiscono per ritrovarsi in un villaggio in pieno deserto, tra un gruppo di ebrei prima bruschi e poi solidali. Il film è delizioso, delicato e non privo di ironia. Da vedere.


Otto musicisti alla deriva della piccola banda del corpo di polizia di Alessandria d’Egitto sbarcano all’aeroporto Ben Gurion in un caldo pomeriggio estivo. Sono stati invitati in Israele per accompagnare con le loro musiche tradizionali l’inaugurazione di un centro culturale arabo a Petah Tikva, la «Città dei pionieri», florido centro urbano fondato nel 1879 da un gruppo di ebrei sionisti poco più a est di quella che oggi è Tel Aviv.

Alle prese con problemi di bilancio e di scarsa considerazione, il piccolo gruppo musicale si ritrova abbandonato a se stesso sul marciapiede esterno dell’aeroporto. Nessuno è lì ad attenderlo per condurlo sul luogo in cui dovrà esibirsi la sera del giorno dopo. Il colonnello-direttore, uomo d’onore e di scarsa elasticità mentale, decide che la banda farà da sé. Così, come tutti i deboli inadeguati alla sfida, Tawfiq e i suoi musici combinano un pasticcio e si imbarcano sull’autobus sbagliato, che scaricherà gli otto in divisa azzurra a Beit Hatikva, un agglomerato di case popolari conficcato nel torrido e polveroso nulla del deserto del Negev.

Avete presente il classico sgangherato villaggio dei film western dove si sono arenati i sogni di gloria di chi si considerava protagonista di chissà quale epopea? Così appare Beit Hatikva – ironico toponimo che in ebraico significa «Casa della speranza» – con i suoi abitanti un po’ induriti e all’apparenza inospitali.

Eppure Dina, la procace locandiera che senza troppi complimenti comunica ai musicisti d’essere approdati nel posto sbagliato, organizza alla bell’e meglio il loro pernottamento fino a quando, la mattina dopo, non ripasserà il pullman di linea che unisce quel lembo di terra al resto del mondo.

Ed è nel cuore della notte che si dipana la parte più intensa della pellicola, quella in cui i cuori si sciolgono e i personaggi si aprono reciprocamente nella capacità di ascoltarsi, accogliersi e rispettarsi vicendevolmente.

La Banda è il primo lungometraggio di Eran Kolirin e ha debuttato al festival di Cannes nel 2007. Classificato come commedia è un film delizioso, delicato e non privo di ironia. Non calca i toni e narra storie minime, simili a quelle di tanti uomini e donne comuni di questo pianeta. È forse su questa comunanza di esperienze, pare suggerire la pellicola, che possiamo provare a fondare una convivenza solidale.

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