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Un nuovo ambulatorio nel villaggio siriano di Qnayeh

30/04/2008  |  Damasco
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Un piccolo ma importante gesto di solidarietà e generosità tutta italiana ci porta in Siria sul confine settentrionale con la Turchia. Tra i villaggi popolati in gran parte da musulmani sunniti, sciiti, drusi e alawiti, ci sono anche due villaggi abitati da cristiani, Qnayeh e Yaqubyeh, serviti dai francescani della Custodia di Terra Santa, che vi giunsero per la prima volta, da Aleppo, nel 1878. Proprio a Qnayeh da molti decenni funziona un piccolo ambulatorio dove una suora francescana riceve i pazienti che giungono in cerca d'aiuto da tutti i villaggi della regione. Oggi la struttura è stata del tutto rinnovata, grazie ai finanziamenti della diocesi di Ragusa e di altri amici italiani.



Un piccolo ma importante gesto di solidarietà e generosità ci porta in Siria sul confine settentrionale con la Turchia.
La regione è agricola, piantata ad ulivi, e degrada sulla valle in cui scorre il fiume Oronte (al-Asy in arabo), che aprendosi la strada tra le rocce del massiccio calcareo prosegue la sua corsa verso la piana di Antiochia e il mare.

Qui, su un’ansa del fiume, si raccontava del gigante traghettatore che depredava e annegava nelle acque gli ignari viaggiatori che si affidavano a lui per attraversare la corrente. Un giorno fu convertito da un Bambino diventato sulla sua spalla pesante come un macigno e impossibile da traghettare. L’omicida divenne cosi il san Cristoforo della nostra tradizione, il gigante buono che per il resto della sua vita traghettò gratuitamente ricchi e poveri per amore di Dio e in espiazione dei suoi misfatti.

Da qui partivano le zattere che trasportavano fino ad Antiochia i blocchi di calcare cavati sui fianchi della montagna per costruire i monumenti della capitale.

Tra i villaggi popolati in gran parte da musulmani sunniti, sciiti, drusi e alawiti, ci sono anche due villaggi abitati da cristiani, Qnayeh e Yaqubyeh, serviti dai francescani della Custodia di Terra Santa, che vi giunsero per la prima volta, da Aleppo, nel 1878.

I due conventi in posizione elevata emergono sulle case, in basso Qnayeh, in alto Yaqubiyeh, a un tiro di sasso. Oltre alla normale attività parrocchiale e scolastica a Qnayeh da molti decenni funziona un piccolo ambulatorio dove una suora francescana riceve i pazienti che giungono in cerca d’aiuto da tutti i villaggi della regione, con una media annuale di 8 mila presenze. Per lo più mamme che affidano all’occhio vigile della suora i loro bambini.

Qnayieh ha ora un nuovo ambulatorio, in sostituzione delle due stanzette usate da sempre, costruito all’ ingresso del convento grazie alla risposta pronta e generosa dei fedeli della parrocchia di Atina, nella diocesi di Montecassino che, sensibilizzati da don Domenico Simeoni, hanno inviato i loro risparmi quaresimali; dei fratelli dell’Ordine francescano secolare di Roma, sensibilizzati dal dottor Francesco Mattiocco, e, in particolare, della diocesi di Ragusa, in Sicilia, che con quest’opera ha voluto celebrare il cinquantesimo della sua fondazione.

L’ambulatorio è dedicato a santa Elisabetta d’Ungheria di cui l’anno scorso si e celebrato l’ottavo centenario della nascita.

A Qnayeh, per l’inaugurazione, il 22 aprile scorso, erano presenti con i fedeli della parrocchia, il vescovo mons. Giuseppe Nazzaro e i francescani che operano ad Aleppo, a Latachia, a Damasco e in Libano. Ma c’era anche mons. Paolo Urso, vescovo di Ragusa, con una delegazione di sacerdoti e di fedeli della sua diocesi, in rappresentanza di quanti hanno contribuito alla realizzazione di quest’opera.

«Con l’inaugurazione dell’ambulatorio – ha detto padre Hanna Jallouf, parroco di Qnayeh – si sono conclusi i lavori iniziati una decina di anni fa con il restauro della chiesa parrocchiale e del convento, che ospiterà i confratelli della regione per una pausa di riposo e di preghiera tra il verde e la tranquillità della montagna siriana».

Il nuovo ambulatorio di cui va giustamente fiero, costruito con le offerte dei cristiani d’Italia e aperto alle necessità di tutta la popolazione della regione senza distinzione di fede, diventa un piccolo simbolo del mondo di pace possibile anche nel Vicino Oriente.

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