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Il nunzio Franco: «Nei negoziati è in gioco una posta alta»

26/02/2008  |  Roma
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Il nunzio Franco: «Nei negoziati è in gioco una posta alta»

«La Santa Sede non firmerà un accordo che la realtà locale non può in alcun modo sostenere». È questo l'avvertimento che la delegazione vaticana ha lanciato alla controparte israeliana nell'ultima sessione plenaria dei negoziati, lo scorso 13 dicembre, secondo quanto rivela, di passaggio a Roma, il nunzio apostolico in Israele, l'arcivescovo Antonio Franco. Il presule «non fa previsioni» sulla durata dei negoziati su fisco e proprietà della Chiesa in Israele, riconosce che «si sta lavorando con molta buona volontà da entrambi le parti» e che «si sono registrati progressi» anche perché «lo Stato d'Israele sta mostrando molta comprensione». Ma è essenziale, aggiunge, che i negoziatori capiscano che «è una questione di vita o di morte» perché la posta in gioco è «la sopravvivenza stessa della Chiesa di Terra Santa».


«La Santa Sede non firmerà un accordo che la realtà locale non può in alcun modo sostenere». È questo l’avvertimento che la delegazione vaticana ha lanciato alla controparte israeliana nell’ultima sessione plenaria dei negoziati, lo scorso 13 dicembre, secondo quanto rivela, di passaggio a Roma, il nunzio apostolico in Israele (il quale è nel contempo il delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina, come pure il nunzio apostolico in Cipro), l’arcivescovo Antonio Franco. Il presule «non fa previsioni» sulla durata dei negoziati su fisco e proprietà della Chiesa in Israele, riconosce che «si sta lavorando con molta buona volontà da entrambi le parti» e che «si sono registrati progressi» anche perché «lo Stato d’Israele sta mostrando molta comprensione». Ma è essenziale, aggiunge, che i negoziatori capiscano che «è una questione di vita o di morte» perché la posta in gioco è «la sopravvivenza stessa della Chiesa di Terra Santa».

Eccellenza, secondo alcuni dei partecipanti l’ultima riunione a Gerusalemme si sarebbe conclusa con un nulla di fatto. È davvero così?
Posso dire che da parte israeliana è stato espresso un certo disappunto perché alle due proposte sulla questione delle esenzioni fiscali avanzate da Israele non c’è stata un’accettazione immediata da parte della delegazione vaticana; a mio avviso però questo non ha segnato una battuta d’arresto o un passo indietro. Al contrario, direi che si stanno facendo progressi, soprattutto nel comprendere le situazioni concrete. La Santa Sede non chiede dei privilegi: stiamo chiedendo, a nome della Chiesa cattolica, che vengano recepiti quei diritti che i cristiani residenti in quella Terra così speciale hanno goduto fino ad oggi. E questo si chiede perché è una questione di vita o di morte. Se le comunità cattoliche di Terra Santa devono sottostare agli obblighi dei contributi fiscali pian piano scompariranno perché si tratta di realtà che vivono solo ed esclusivamente di quello che ricevono dalla Chiesa universale. Le risorse locali sono ridotte al minimo e bisogna mantenere tutta questa struttura: non si tratta solo dei Luoghi Santi ma anche di una presenza, di una Chiesa che è nata lì e che ha delle difficoltà reali di sopravvivenza.

Che riscontro avete avuto dalle autorità israeliane su queste considerazioni?
Io penso che il capire realmente quello che è in gioco in questa trattativa sia già un progresso. Certamente si dovrà arrivare a delle condizioni che siano soddisfacenti per Israele ma anche per i cristiani che vivono là: altrimenti l’accordo non si firmerà, perché questo significherebbe esporre i cristiani di Terra Santa a una situazione insostenibile. Io l’ho detto chiaramente nelle ultime due sedute: la Santa Sede non può firmare un accordo che la realtà locale non può sostenere. Finora sta vivendo come si viveva: mantenendo le esenzioni fiscali. E lo Stato d’Israele, dobbiamo riconoscerlo, sono realmente intenzionati a trovare una soluzione che sia possibile per gli uni e accettabile per gli altri.

Ma se non si arrivasse a un accordo, che cosa ha intenzione di fare la Santa Sede?
Un accordo si deve trovare per forza, perché non siamo in una condizione di muro contro muro. L’importanza e il valore della presenza cristiana la sentono tutti, anche le autorità israeliane: dunque è necessario trovare l’armonia fra le diverse forze sul campo. Di recente, ad esempio, sulla questione dei visti il ministro degli Interni Meir Shitrit insisteva: «Noi vogliamo che i cristiani rimangano in Israele». E noi da parte nostra rispondevamo: «D’accordo, benissimo, ma se volete che restino, allora dovete alleviare anche le difficoltà pratiche che incontrano». Voglio dire che c’è una collaborazione reale per trovare delle soluzioni che siano soddisfacenti per gli uni e per gli altri.

Le istituzioni della Chiesa comunque, per il momento le tasse, dalle quali godevano di esenzioni prima che nascesse lo Stato di Israele, o prima che Israele disponesse diversamente,  non le pagano.
Esattamente. Gli avvisi di pagamento arrivano, e noi regolarmente con una nota della nunziatura li rispediamo al mittente. Per il momento non si stanno pagando le tasse proprio grazie all’Accordo Fondamentale, perché in esso si stabilì che si dovesse fare l’accordo sulle materie fiscali ed economiche e finché questo non fosse stato raggiunto non ci sarebbe stata nessuna nuova tassa.

Il Papa ha detto più volte che vorrebbe visitare i cristiani che vivono in Israele e Palestina. Pensa che lo farà?
Quella è la nostra speranza, che un giorno possa venire, e sono convinto che sarebbe una visita benefica per tutti. Ma quel che ripeto continuamente ai nostri interlocutori è che il Papa deve poter venire in un’atmosfera distesa. Se le nostre comunità cristiane cattoliche vivono in difficoltà concrete, in uno stato permanente di tensione, questo rende più difficile la visita del Papa, perché ci vuole un’atmosfera di maggiore serenità. Nella misura in cui si risolvono i problemi pratici, e possibilmente si avanza nel problema di fondo – che poi è alla base di tutti gli altri – che è la questione palestinese, si crea un clima e si gettano le basi per un viaggio del Papa.

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