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«Cara Condoleezza…»

13/11/2007  |  Washington
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«Cara Condoleezza…»
Il segretario di Stato Condoleezza Rice. Sullo sfondo il presidente degli Stati Uniti George W. Bush.

Negli Stati Uniti ricorrono voci secondo cui, prima di lasciare la Casa Bianca il prossimo anno, il presidente George W. Bush potrebbe ordinare un attacco all'Iran. Davanti a simili notizie i vescovi cattolici statunitensi hanno scritto al segretario di Stato, Condoleezza Rice, per esprimere preoccupazione. Le dicono chiaramente che non è il caso di minacciare ritorsioni militari prima di aver tentato tutte le altre strade messe a disposizione dalla diplomazia internazionale. Se un Iran dotato di armi atomiche è una prospettiva inaccettabile, affermano i vescovi, non bisogna dimenticare che tutte le potenze dovrebbero proporsi il disarmo nucleare, Stati Uniti inclusi.


(g.s.) – Nei giorni scorsi la Commissione dei vescovi cattolici statunitensi per la politica internazionale ha reso pubblica una lettera che il suo presidente ha inviato al segretario di Stato Condoleezza Rice il primo novembre.

La missiva ha per tema l’Iran e reca la firma del vescovo di Orlando (Florida), mons. Thomas G. Wenski, che scrive anche a nome degli altri suoi 430 colleghi (all’opera, a vario titolo, nelle 195 diocesi Usa).

Le due pagine di testo parlano chiaro. Anzitutto dichiarano «profonda preoccupazione»: «la prospettiva che l’Iran vada dotandosi di armi nucleari è inaccettabile. L’Iran ha minacciato i suoi vicini, in particolare Israele, e contribuisce alla diffusa instabilità della regione».

Ma la preoccupazione nasce anche dal fatto che «vi è stata un escalation nella retorica e nello scontro tra Stati Uniti e Iran». Un innalzamento dei toni che ha portato taluni ambienti americani a ipotizzare un attacco militare contro Teheran nel giro di qualche mese.

«Recenti articoli di stampa – annota mons. Wenski – che congetturano su un possibile uso della forza contro l’Iran sono particolarmente preoccupanti. Da un punto di vista morale, in assenza di una minaccia immediata contro gli Stati Uniti o i nostri alleati, un’azione militare costituirebbe un atto di guerra preventiva».

Ma una tale decisione, ammoniscono i vescovi Usa, deve rappresentare solo l’ultima risorsa, l’ultima carta da giocare. Non bastano a giustificarla «l’assenza di trasparenza circa i programmi nucleari di qualcuno» e neppure «il possesso di ordigni atomici o dichiarazioni bellicose».

Poi un’annotazione di ordine generale: «le armi nucleari sono strumenti di guerra indiscriminati e il loro impiego viola le norme della guerra giusta». È vero che «purtroppo l’Iran continua ad ignorare le sue responsabilità internazionali», ma, dice la lettera, «il caso dell’Iran, pur serio, non è unico. L’Iran è solo un esempio della significativa minaccia posta alla sicurezza planetaria dalla proliferazione di armi atomiche».

«Gli Stati Uniti devono compiere ogni sforzo – continua Wenski – per ottenere che l’Iran si adegui, ma il modo in cui la nostra nazione persegue questo obbiettivo è rilevante sia sul piano pratico sia su quello morale. Gli Stati Uniti devono impegnarsi in trattative diplomatiche con l’Iran dirette e prolungate, in collaborazione con gli altri partner internazionali. Il dialogo è essenziale. Non è un premio per un buon comportamento, ma semmai un mezzo per raggiungere fini importanti (…) Prima di prendere in considerazione le opzioni militari, devono essere esperite tutte le possibili alternative, specialmente programmi che incentivino l’Iran a impegnarsi sul piano diplomatico e a cooperare con gli indirizzi dell’Aiea (l’Agenzia per l’energia nucleare delle Nazioni Unite – ndr)».

Tra i mezzi leciti di pressione quello delle sanzioni economiche va maneggiato con cura, continua la lettera: dal punto di vista morale esse «devono essere attentamente calibrate così che non si ripercuotano sui settori più vulnerabili della società civile». In pratica «l’uso delle sanzioni dev’essere continuamente valutato nella sua efficacia e impatto, ad esempio considerando che esse potrebbero finire per rafforzare il sostegno pubblico all’attuale regime iraniano».

In sintesi l’episcopato cattolico invita il governo a mantenere i nervi saldi e a non cedere frettolosamente a logiche belliche, posto che «l’Iran non rappresenta un’immediata minaccia nucleare. Molti esperti sostengono che è lontano anni dal disporre di un’arma atomica pronta all’uso» e dunque oggi «discutere o prospettare opzioni militari è poco saggio e potrebbe essere controproducente. La minaccia o l’attuazione di attacchi militari finirebbe probabilmente per rafforzare il regime al potere in Iran ed emarginerebbe ancora di più coloro che in quel Paese vogliono il rispetto delle norme internazionali. Porre l’accento sulle opzioni militari semina dubbi sulla serietà dell’impegno del nostro Paese a negoziare, sia tra gli iraniani che tra i nostri alleati».

Prima di concludere i vescovi statunitensi tornano a porsi sul piano morale sottolineando che «una strategia di non proliferazione moralmente responsabile dev’essere legata a una limpida strategia di riduzione delle armi atomiche da parte di ogni Paese, fino a tendere alla loro totale eliminazione. (…) La nostra Conferenza episcopale ha già detto: “Un impegno attivo degli Stati Uniti per il disarmo nucleare e il rafforzamento di misure collettive è l’unico fondamento morale che giustifichi un temporaneo mantenimento del nostro deterrente (atomico – ndr) e la nostra insistenza perché altre nazioni rinuncino a dotarsi di queste armi”. Noi sosteniamo un disarmo nucleare che sia d’esempio: cauti ma chiari passi verso la riduzione e l’eliminazione della nostra dipendenza da armi di distruzione di massa».

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