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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Un libro, un grido

Daniele Civettini
19 ottobre 2007
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Un libro, un grido

Nel 2001 monsignor Jean Benjamin Sleiman venne nominato arcivescovo latino di Baghdad fu testimone degli effetti dell'embargo seguito alla prima Guerra del Golfo e della cosiddetta «Campagna per la fede», uno strato di radicalismo islamico con cui Saddam pensò di verniciare la sua personale dittatura allo spirare dei venti di guerra. E i cristiani? Nel 2006 Sleiman scrive questo libro, conosciuto in Italia col titolo Nella trappola irachena che è un grido, il grido della comunità cristiana irachena che va estinguendosi nell'emorragia dell'emigrazione forzata.


Quando monsignor Jean Benjamin Sleiman varcò i confini dell’Iraq per la prima volta, nel 1994, non circolavano le autobomba o i blindati delle truppe straniere. Le gigantografie del raìs, sparse ovunque, rappresentavano agli occhi del religioso le pareti di una prigione inespugnabile e malinconica. Nel 2001 monsignor Sleiman venne nominato arcivescovo latino di Baghdad e la sua prima impressione divenne esperienza vissuta. Erano forse più visibili gli effetti dell’embargo seguito alla prima Guerra del Golfo e della cosiddetta «Campagna per la fede», uno strato di radicalismo islamico con cui Saddam pensò di verniciare la sua personale dittatura allo spirare dei venti di guerra.

Per il resto, sempre frizioni tra le componenti del complicato mosaico etnico e religioso del Paese, sempre incongruenze tra la struttura artificiale laica del potere costituito e le strutture di tipo tribale che realmente regolavano (e regolano tuttora) le vicende degli iracheni, sempre bagni di sangue per le componenti minoritarie non allineate al regime.

E i cristiani? Nel 2006 Sleiman scrive un libro, conosciuto in Italia col titolo Nella trappola irachena. L’originale francese è più esplicito. Aggiunge: Le cri de coeur de l’archevêque de Bagdad. È un grido, quello della comunità cristiana irachena che va estinguendosi nell’emorragia dell’emigrazione forzata, che il Pastore fa suo. È il grido, flebile, della «dhimmitudine», neologismo che echeggia lo statuto dei rapporti tra l’islam e la «gente del Libro» in territori musulmani.

Coniato per esprimere lo stato di alienazione e oppressione, materiale e spirituale, degli iracheni non musulmani all’interno della propria patria, il termine indica una realtà proteiforme, per nulla addolcita dalla caduta di Saddam. «Dhimmitudine», già prima del 2003, significava disparità sociale e civile con i musulmani (pur nella reclamizzazione intra ed extra moenia di uno Stato perfettamente laico); significava arabizzazione e rinuncia alla propria coscienza, alle proprie tradizioni, talvolta al proprio credo e persino alla propria lingua o al proprio nome per sopravvivere quasi clandestinamente nei diversi gradi della scala sociale (come l’agnostico Tareq Aziz che ripudiò il suo nome cristiano, Mikhail Johannah).

Significava subire le imposizioni della sharia in tutti i campi del vivere, oltre ad un clima generale di ostilità riecheggiato anche dalla stampa ufficiale. Quali conseguenze e che disillusione abbia portato ai dhimmi la guerra ancora in corso, è facilmente intuibile. Eppure monsignor Sleiman conclude il suo pensiero ammonendo il suo gregge, affinché i suoi fedeli siano «cittadini di un grande Paese e non una minoranza che si chiude nella propria impotenza». Forse perché i cristiani di queste latitudini hanno le capacità e dunque la missione di aiutare il Paese a trovare la pace riconciliandosi, come auspica il presule, con la modernità.

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