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In Iraq la popolazione continua a soffrire

10/09/2007  |  Roma
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In Iraq la popolazione continua a soffrire
Donne e bambini in un campo di raccolta iracheno.

«In Iraq niente è cambiato. Al contrario, le condizioni di vita della popolazione, in particolare dei bambini e delle donne, sono peggiorate». A lanciare l'ennesimo allarme sulla situazione del Paese è Silvio Tessari, che per la Caritas Italiana è responsabile dell'area Medio Oriente e Nord Africa. Tessari spiega che, tra gennaio e giugno di quest'anno, i ricoveri dei bambini causati dalla malnutrizione sono quasi raddoppiati. La malnutrizione e il clima di insicurezza non sono i soli elementi a destabilizzare ulteriormente l'area. Si diffondono anche epidemie di colera causate dalla carenze di acqua potabile e di trattamento degli scarichi fognari. Una situazione difficilissima da controllare anche considerando che molti iracheni lasciano le proprie case per sfuggire alle violenze e alla fame e si ammassano in campi profughi.


«In Iraq niente è cambiato. Al contrario, le condizioni di vita della popolazione, in particolare dei bambini e delle donne, sono peggiorate». A lanciare l’ennesimo allarme sulla situazione del Paese è Silvio Tessari, responsabile della Caritas Italiana per l’area Medio Oriente e Nord Africa. Tessari spiega che, tra gennaio e giugno di quest’anno, i ricoveri dei bambini causati dalla malnutrizione sono quasi raddoppiati.

I casi sono passati dai 609 registrati a gennaio, a 959 osservati a giugno, con un picco di 1.032 nel mese di maggio. Il dato è della Caritas Iraq che sta continuando ad operare sul territorio iracheno tra difficoltà notevoli a causa della mancanza di fondi per acquistare i viveri e per provvedere al trasporto dei generi alimentari in sicurezza. Il Paese sembra dunque lontano dal ritorno alla normalità e, come sottolinea la Caritas locale nel più recente rapporto, negli ultimi mesi non è avvenuto nessun cambiamento, al contrario «continuano le violenze, gli attentati, i bombardamenti ed è aumentata la povertà».

La malnutrizione e il clima di insicurezza non sono i soli elementi a destabilizzare ulteriormente l’area. Negli ultimi giorni oltre 2 mila persone sono state colpite dall’epidemia di colera che ha provocato 5 morti e oltre 500 ricoverati a Suleimaniya e Kirkuk, nel nord dell’Iraq. Secondo l’Unicef i casi accertati di colera sono 47, un numero che si prevede aumenterà.

All’origine dell’epidemia ci sono le carenze di acqua potabile e di trattamento degli scarichi fognari: solo il 30 per cento della popolazione di Suleimaniya ha forniture d’acqua adeguate, disponibili al massimo per due ore al giorno in gran parte della città, mentre solo il 50 per cento delle scorte idriche cittadine sono sottoposte a clorazione. L’epidemia, per ora, ha colpito soprattutto gli adulti, tuttavia la combinazione di caldo torrido con temperature fino a oltre i 50 gradi, la penuria e la contaminazione delle scorte idriche e le condizioni igieniche precarie in città e nei campi sfollati, crea seri rischi per la popolazione infantile.

Una situazione difficilissima da controllare anche considerando che continua la fuga degli iracheni dalle proprie case per sfuggire alle violenze e alla fame. Sono ormai quattro milioni le persone costrette alla fuga. Secondo gli ultimi dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur), il numero dei profughi interni e all’estero continua a salire, con un ritmo di 60 mila individui al mese. Le stime della Mezzaluna rossa irachena, invece, indicano che le cosiddette Internally Displaced Persons oscillano tra le 80 mila e le 100 mila al mese.

I profughi interni sono costretti a vivere in strada, in condizioni disumane ed è pericoloso per gli operatori sanitari avvicinarsi a questi campi di sfollati improvvisati. Intanto, a rendere ancora più grave la situazione, è arrivato l’annuncio da parte dello Stato islamico iracheno, una coalizione composta da terroristi sunniti, della creazione di nuovi battaglioni che avranno il compito di intensificare gli attacchi suicidi, contro obiettivi britannici e americani, durante il mese sacro di Ramadan.

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