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La manodopera straniera in Israele

21/08/2007  |  Tel Aviv
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La manodopera straniera in Israele
Immigrati asiatici in una via di Tel Aviv.

Con tutti i suoi problemi e conflitti, Israele rimane una meta desiderata da molti cittadini di Paesi dallo sviluppo economico incerto o ineguale. Lo testimoniano i dati diffusi nei giorni scorsi da Kav LaOved, una delle organizzazioni non governative che si battono per i diritti dei lavoratori stranieri in Israele. Le statistiche, desunte da fonti dell'apparato statale, dicono che nel corso del 2006 gli arrivi di persone in possesso di visto per motivi di lavoro sono stati 33 mila, a fronte di 24 mila lavoratori che hanno lasciato il Paese. In totale sarebbero circa 190 mila i lavoratori stranieri, regolari o irregolari, oggi occupati dal mercato del lavoro israeliano.


(g.s.) – Con tutti i suoi problemi e conflitti, anche Israele rimane una meta desiderata per molti cittadini di Paesi dallo sviluppo economico incerto o ineguale che vengono a sopperire al fabbisogno di un mercato rimasto oltretutto privo della manodopera palestinese a partire dalla seconda Intifada (iniziata nel settembre del 2000).

Lo testimoniano i dati diffusi nei giorni scorsi da Kav LaOved, una delle organizzazioni non governative che si battono per i diritti dei lavoratori stranieri in Israele. Le statistiche, desunte da fonti dell’apparato statale, si riferiscono ai flussi registrati nel corso del 2006.

Gli arrivi di persone in possesso di visto per motivi di lavoro sono stati 33 mila, a fronte di 24 mila lavoratori che hanno lasciato il Paese.

Le donne rappresentano il 46 per cento del totale. Il 96 per cento degli arrivi provengono da una dozzina di Paesi, tra i quali primeggiano la Thailandia (9 mila lavoratori, pari al 27 per cento, quasi tutti maschi che trovano impiego soprattutto nell’agricoltura) e le Filippine (6.400 pari al 20 per cento, in prevalenza donne impiegate per lo più come badanti e collaboratrici domestiche).

Gli arrivi dalla Cina sono in aumento: dal 6 per cento del 2005 al 10 per cento, con 3.300 lavoratori maschi dediti soprattutto ai lavori edili. Per quanto riguarda l’Europa, 4.300 lavoratori provengono dalle repubbliche ex sovietiche. Calano gli arrivi dalla Romania, scesi dal 12 all’8 per cento (2.600 persone).

Per il terzo anno consecutivo tra i 12 Paesi di testa si conferma il Nepal che nel 2006 ha inviato 2.800 lavoratori in regola con i permessi di soggiorno (poco sotto il 9 per cento, quasi il doppio rispetto al 2005).

L’età media di tutti questi lavoratori è di 35 anni.

Le cifre del 2006 portano a stimare in 102 mila le presenze di lavoratori stranieri regolari che hanno fatto ingresso in Israele a partire dal 1995 (i dati non sono certi, spiega Kav LaOved, perché vi potrebbero essere stati degli errori nella registrazione delle partenze).

A queste persone vanno aggiunte almeno alte 84 mila presenze che a tutt’oggi lavorano in Israele come irregolari dopo aver varcato le frontiere come turisti (categoria che include anche i pellegrini).

Anche qui Kav LaOved stila una lista di Paesi o aree omogenee in base ai dati dell’Ufficio centrale di statistica. In testa stanno le repubbliche ex sovietiche (con il 19 per cento del totale dei clandestini). Segue la vicina Giordania (11 per cento), che distacca, rispettivamente, di cinque e sei punti Messico e Brasile. Con quote di clandestini inferiori al 5 per cento abbiamo Romania, Colombia, Turchia, Polonia, Filippine, Egitto, Cechia, Slovacchia e Ungheria.

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