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Il nunzio Franco: «Non vedo due entità palestinesi separate»

20/06/2007  |  Roma
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Il nunzio Franco: «Non vedo due entità palestinesi separate»
Il nunzio apostolico mons. Antonio Franco.

Il rappresentante del Papa a Gerusalemme (sia presso il governo israeliano sia presso l'Autorità Palestinese) volge lo sguardo alla situazione creatasi dopo i recenti scontri nella Striscia di Gaza, il cui controllo è stato assunto con le armi dalle milizie di Hamas. E si chiede come, da ora in poi, possano convivere pacificamente (anche in Cisgiordania) i militanti di Fatah e i loro antagonisti di Hamas. E quali saranno le contromisure di Israele? Monsignor Antonio Franco ci esorta a non abbandonare la Terra Santa e i suoi cristiani. «Si può fare tanto» dice: continuando a promuovere i pellegrinaggi, inviando aiuti economici, manifestando attenzione costante, continuando a pregare per la pace.


Non è «per niente chiaro» come possano coesistere «in maniera pacifica» due realtà amministrative palestinesi separate a Gaza e in Cisgiordania, né «come reagirà Israele» all’implosione della Striscia di Gaza nelle mani di Hamas. Quel che è certo, dice il nunzio apostolico in Israele e presso l’Autorità Palestinese, mons. Antonio Franco, è che tutti i cristiani devono sentirsi chiamati a sostenere «con la presa di coscienza, con il pellegrinaggio, con l’aiuto economico, con la preghiera» una situazione che diventa ogni giorno più difficile per i cristiani di Terra Santa.

Il nunzio papale apre con una descrizione della situazione nei Territori palestinesi la seconda giornata del vertice in Vaticano del Catholic Near East Welfare Association (Cnewa), l’agenzia papale per l’aiuto umanitario alle Chiese orientali attiva fin dal 1926 per aiutare i cristiani del Medio Oriente, di Etiopia ed Eritrea e le minoranze cattoliche di rito siriaco in India. Solo nel 2006, l’importo complessivo degli aiuti distribuiti è stato superiore ai 7 milioni di dollari, secondo i dati forniti dall’associazione. 

La riunione – che è semestrale e a porte chiuse per capire come distribuire al meglio i fondi provenienti in gran parte dalle Conferenze episcopali di Stati Uniti, Canada, Germania, Italia – si svolge stavolta pochi giorni dopo l’aggressione da parte di un gruppo armato al convento delle sei Suore del Rosario a Gaza City. Un attacco che è stato denunciato attraverso gli organi di stampa internazionali da padre Manuel Musallam, unico sacerdote cattolico presente nella Striscia di Gaza, e condannato dall’ex premier palestinese Ismail Haniyeh.

«Che cosa significa questo gesto vandalico? Questo è il grande punto interrogativo…», allarga le braccia mons. Franco in una breve intervista a margine della riunione. «Vogliamo sperare che si sia trattato di un atto irresponsabile da parte di gruppi violenti, di quel genere di atti che si verificano in ogni parte del mondo, anche qui in Italia… Sappiamo che Hamas rappresenta una realtà integralista, sappiamo anche che sono armati, ma non si tratta di un gruppo omogeneo in cui tutti obbediscono allo stesso capo. Ancora non sappiamo quale ispirazione o motivazione o messaggio abbiano voluto lanciare questi facinorosi. Forse si capirà meglio col tempo». 

Come potrà incidere la Santa Sede sulle autorità locali per difendere la piccola comunità cattolica di Gaza, ora che sono state espropriate le sedi e cacciati da Gaza i rappresentanti dell’Autorità Nazionale Palestinese fedeli al presidente Abu Mazen?
Il nunzio apostolico è stato inviato al popolo palestinese. Ora la situazione è complessa perché chi ha in mano Gaza è stato tagliato fuori dall’Autorità Palestinese. Ma la personalità giuridica alla quale faccio riferimento per i nostri rapporti istituzionali continua ad essere l’Autorità Palestinese, il presidente Abu Mazen. Non credo che nessuno proibirà né a me né al patriarca Michel Sabbah di recarsi a Gaza, non credo dal punto di vista religioso che ci saranno problemi. 

Lei condivide le previsioni degli osservatori sull’eventuale creazione di due unità amministrative separate, una a Gaza e l’altra in Cisgiordania?
Francamente non vedo come questo possa accadere e non riesco ancora a capire come la comunità internazionale possa intravvedere questo scenario oggi. Non vedo neanche come queste due realtà possano coesistere in maniera pacifica, perché non dimentichiamo che Hamas e Fatah sono entrambe presenti in Cisgiordania: magari i membri di Fatah saranno più numerosi in Cisgiordania, ma come potranno coesistere e come reagirà Israele alla realtà di Gaza governata da un’organizzazione come Hamas non è chiaro per niente.  

A poco più di un anno dal suo insediamento, come vede la situazione dei cristiani in Terra Santa?
Per quanto riguarda i cristiani palestinesi, diciamo che in questa incertezza per il futuro e mancanza di una prospettiva chi può tenta di emigrare, in cerca di un avvenire per la propria famiglia e i propri figli. La Chiesa e tutte le comunità cristiane del mondo cercano di scoraggiare l’esodo, ma la tentazione c’è perché le difficoltà sono reali: e direi che non sono difficoltà legate alla libertà, o perché i cristiani siano perseguitati o discriminati, ma piuttosto all’esigenza di assicurarsi un futuro. In Israele onestamente bisogna riconoscere che le comunità cristiane e cattoliche hanno un raggio d’azione e di sviluppo ampio; si organizzano, possono lavorare e avere maggiore sicurezze e prospettive di vita per il futuro, nonostante tutte le difficoltà che ci sono e per le quali si cerca di trattare e di trovare delle soluzioni.  

Quali sono le priorità per l’aiuto umanitario che può coordinare il Cnewa?
Tra le priorità della Chiesa di Terra Santa c’è innanzitutto la scuola, sia nei Territori palestinesi che in Israele. E poi certamente il problema della casa, di come portare avanti dei progetti legati all’edilizia per i cristiani di Terra Santa. Abbiamo discusso sulle prospettive e i programmi della Chiesa locale per portare avanti azioni concrete in questi due ambiti.  

Come si può aiutare dall’estero?
Si può fare tanto. Innanzitutto prestando attenzione a questa realtà, e poi favorendo una presenza attraverso il pellegrinaggio, le visite, gli aiuti concreti che si inviano per un progetto o per un altro. Padre Manuel Musallam, ad esempio, sta promuovendo a Gaza City un centro per bambini traumatizzati. Come questa ci sono tante piccole iniziative che si possono favorire con un aiuto economico anche piccolo. E poi c’è la preghiera: tutti possiamo impegnarci per chiedere il dono della pace.

Pensa che l’ultimo appello lanciato dal Papa ad Assisi, domenica scorsa, possa fare breccia nei responsabili di tanta violenza in Medio Oriente?
È un messaggio ed è qualcosa che fa del bene: anche se non riesce ad incidere sul cuore delle persone che sono direttamente responsabili delle violenze, riesce però a formare la coscienza e offrire una visione di quella che dovrebbe essere l’evoluzione di una situazione così difficile. Certamente noi continuiamo a pregare e a sperare che prima o poi si veda la luce in fondo al tunnel.

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