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Democrazia e demografia

Giampiero Sandionigi
4 aprile 2007
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Democrazia e demografia

Questo saggio in lingua inglese del giornalista britannico Jonathan Cook tratta dei conflittuali rapporti di Israele con i palestinesi e soprattutto con gli «arabi israeliani», quel milione di persone che vivono entro i confini politici dello Stato fondato nel 1948 come titolari del diritto di voto e di cittadinanza al pari dei connazionali ebrei. Cittadini che dalla maggioranza sono percepiti come una presenza foriera di guai e che qualcuno sogna persino di espellere.


Jonathan Cook è un giornalista indipendente. Britannico, sulla quarantina, vive e lavora a Nazareth, in Galilea, e collabora con vari organi di informazione inglesi e arabi. Questo saggio è il suo primo libro, ma la sua firma appare in coda a molti articoli generalmente critici verso le politiche dello Stato di Israele.

«Sangue e religione. Lo smascheramento dello Stato ebraico e democratico» – così suonerebbe il titolo in italiano – è un’opera accessibile a chi abbia una certa dimestichezza con la lingua inglese. Vi si parla dei conflittuali rapporti di Israele con i palestinesi e soprattutto con gli «arabi israeliani», cioè quel milione di persone che vive entro i confini politici dello Stato fondato nel 1948 ed è titolare del diritto di voto e di cittadinanza al pari dei connazionali ebrei.

La demografia, spiega Cook, fa sì che la maggioranza ebraica guardi a questa consistente minoranza come a una minaccia, quasi un cavallo di Troia, in grado di scalzare, col passare del tempo, le fondamenta dello Stato di Israele concepito come patria e porto sicuro per gli ebrei di tutto il mondo. Poiché il tasso annuo di crescita della componente araba è molto più alto di quella ebraica prima o poi, se si lasciasse semplicemente fare alla natura, gli arabi israeliani non sarebbero più minoranza. A quel punto basterebbe appellarsi alle più elementari norme delle democrazie (a partire dal principio «un cittadino, un voto») per imprimere una svolta alla politica israeliana.

La prospettiva suona del tutto inaccettabile alla maggioranza ebraica di Israele che proprio per questo – sostiene in estrema sintesi Cook – preferirebbe buttare a mare la democrazia piuttosto che soccombere alla demografia. Dunque, scrive il giornalista inglese, non è possibile considerare Israele una genuina democrazia, equanime verso tutti i suoi cittadini. Almeno non fintanto che in seno a quello Stato vi sarà una minoranza araba da tenere sotto controllo con ogni mezzo o magari da indurre ad emigrare con evidenti, e a volte gravi, disparità di trattamento (alcune delle quali vengono analizzate nel volume).

Esposta la tesi, Cook ripercorre le scelte politico-strategiche di Israele nell’ultimo decennio, riconducendole proprio all’esigenza dei governi israeliani di contenere i palestinesi, o di separarsene del tutto. Strada imboccata con la costruzione della cosiddetta barriera di sicurezza, quel muro «provvisorio» (ma nessuno ci crede) che sta di fatto disegnando unilateralmente i confini tra Israele e il futuro Stato palestinese. Strada proseguita con lo sgombero degli insediamenti a Gaza nell’agosto 2005. Strada che potrebbe forse un giorno anche condurre alla permuta del diritto di cittadinanza degli arabi israeliani in un semplice diritto di «residenza permanente», che toglierebbe loro la qualifica di elettori (voterebbero semmai in Palestina) e quindi di minaccia alla stabilità del controllo ebraico del potere politico.

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