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Dalla Fao un appello dei leader religiosi: «Diamo pace a Gerusalemme»

23/03/2007  |  Roma
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Dalla Fao un appello dei leader religiosi: «Diamo pace a Gerusalemme»
I lavori della conferenza del 22-23 marzo alla sede della Fao a Roma.

Presso la sede della Fao a Roma si è svolta una due giorni a cui hanno preso parte leader religiosi ebrei, cristiani e musulmani, convenuti per confrontarsi, ancora una volta, sul tema della pace tra Israele, palestinesi e nazioni arabe. Hanno preso la parola, tra gli altri, il rabbino Chaim Cohen, lo sceicco al Tamini e fra Marco Malagola, della Custodia di Terra Santa, oltre al sociologo Bernard Sabella, in rappresentanza del patriarcato latino di Gerusalemme.


«Quel che mi fa soffrire è il nostro silenzio» esordisce il rabbino Chaim Cohen davanti ad un’assemblea dove sono rappresentate quasi tutte le nazioni del mondo. «Quel che mi fa sentire frustrato – spiega – è quando vedo che noi che abbiamo istruzione, potere, capacità per rendere il mondo migliore, restiamo muti e passivi davanti alle ingiustizie e all’odio che ci circondano».

«L’islam è contro la violenza, per l’amore e per il pluralismo» scandisce poco dopo accanto a lui lo sceicco Taysir Al Tamimi. «L’islam è per il dialogo e il dialogo è la conditio sine qua non per la convivenza umana». Non accade tutti i giorni che le Nazioni Unite invitino dei capi religiosi a una Conferenza internazionale e se questo accade per rilanciare il processo di pace israelo-palestinese, non è irrilevante che a sedersi intorno a uno stesso tavolo con numerosi parlamentari palestinesi siano la massima autorità islamica per la Conservazione della Spianata delle moschee, lo sceicco Al Tamimi, il rabbino Chaim Cohen del gruppo Rabbini per i diritti umani, il sociologo palestinese Bernard Sabella, in rappresentanza del patriarcato latino di Gerusalemme, e, per la Custodia di Terra Santa, la popolare figura di padre Marco Malagola, francescano e diplomatico di lungo corso.

Prove tecniche di dialogo, dunque, ieri e oggi a Roma, alla Fao (l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura), dove le Nazioni Unite hanno organizzato un vertice ad alto livello fra leader civili e religiosi su «sfide e visioni» per rilanciare il processo di pace in Medio Oriente, sotto gli auspici del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon e del presidente per il Comitato per i diritti inalienabili del popolo palestinese, Paul Badji.  

A tenere banco, naturalmente, sono le speranze riposte nel neonato governo di unità nazionale palestinese guidato, come il precedente, dal leader di Hamas Ismail Haniyeh. «Abbiamo fiducia nell’accordo firmato a La Mecca: il premier Ismail Haniyeh e gli altri membri di Hamas si sono impegnati a riconoscere gli accordi precedentemente presi dall’Autorità nazionale palestinese con la comunità internazionale, dunque anche con Israele» dice il professor Sabella, che è anche membro del Consiglio legislativo palestinese. «Noi riteniamo che il governo e il presidente Mahmoud Abbas faranno tutto ciò che è in loro potere non solo per servire il loro popolo ma anche per riprendere il processo di pace. Ma la comunità internazionale – sottolinea – ha il dovere di aiutare questi due Stati a procedere sul cammino. Abbiamo bisogno di una svolta a livello dei due governi ed è necessario fare pressione su Tel Aviv e su Washington perché si possa tornare ai negoziati con sincera volontà di arrivare ad una soluzione».

Lo spettro mai sopito di un conflitto di religioni è tornato ad aleggiare nelle parole dello sceicco Al Tamimi, lo stesso che nel ricevere Giovanni Paolo II sulla Spianata delle Moschee, proprio sette anni fa, non mancò di ricordargli «le sofferenze inflitte al popolo palestinese». «Il pericolo c’è – avverte – se Israele continuerà a impedire ai palestinesi di andare a pregare sulla Spianata delle Moschee, se impedirà loro di andare in pellegrinaggio sui Luoghi Santi, se continuerà a scavare proprio sotto i nostri Luoghi Santi…». Provocazioni che il rabbino Cohen, che con lo sceicco collabora in vari progetti a Gerusalemme, non raccoglie: «Le nostre religioni si basano sulla fede, l’insegnamento e l’interpretazione degli insegnamenti: dunque dobbiamo ritornare ai messaggi di pace, riconciliazione, speranza e, come diceva poco fa lo sceicco Al Tamimi, messaggi di dialogo reclamati dal comune Libro in cui crediamo. Dobbiamo insegnare l’amore e l’ascolto reciproco nelle nostre sinagoghe, moschee e chiese».

È padre Malagola a chiudere il cerchio. «Nei miei otto anni in Terra Santa ho visto troppa sofferenza, in tutti e due i popoli: troppi attentati terroristici e troppe vendette, troppa disperazione e troppe umiliazioni. Ora non possiamo più sprecare il tempo: i giovani ce lo chiedono con forza, sono stanchi di sentire solo parole. Non c’è più tempo da perdere. È imperativo ritrovare una onesta e sincera volontà di dialogo anche per educare le giovani generazioni alla non violenza». «La pace è passibile» rimarca il frate. «La pace non è una questione di buona fortuna: è una questione di buona volontà’». «Ma per raggiungerla è necessario risolvere tre problemi molto urgenti: l’occupazione, la proliferazione di insediamenti, e il Muro» sottolinea, strappando un applauso a scena aperta alla platea.

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