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Accordi della Mecca, istruzioni per l’uso

13/03/2007  |  Milano
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Accordi della Mecca, istruzioni per l’uso
Foto di gruppo alla Mecca il 7 febbraio 2007. Al centro il sovrano saudita Abdullah, affiancato dai dirigenti palestinesi e da dignitari del suo governo.

Passano i giorni e le settimane e l'accordo concluso alla Mecca lo scorso 7 febbraio tra le fazioni palestinesi di Fatah e Hamas denuncia tutte le sue debolezze. Benché abbia avuto l'indubbio merito di mettere a tacere le armi nella Striscia di Gaza, non ha potuto portare alla rapida formazione di un nuovo governo perché le parti non s'accordano ancora sui nomi dei ministri. È una nuova opportunità per il rilancio del processo di pace in Medio Oriente - osserva l'International Crisis Group - ma un'opportunità densa di incognite. Avvertenze per non lasciarsi scappare anche questa occasione.


Una nuova opportunità per il rilancio del processo di pace in Medio Oriente. Ma un’opportunità piena di incognite, un’opportunità per favorire la quale ognuno degli attori in gioco è chiamato a decisioni cruciali. Mentre fervono le trattative per la formazione del nuovo governo palestinese di unità nazionale, l’International Crisis Group (Icg, organizzazione non governativa specializzata in analisi di situazioni di crisi) analizza in un rapporto l’accordo siglato da Hamas e Fatah alla Mecca lo scorso 8 febbraio, accordo sul quale si baserà lo stesso assetto del nuovo esecutivo.

Ognuno ha qualcosa da guadagnare da quell’accordo, scrivono gli analisti dell’Icg: Hamas e Fatah hanno la possibilità di ripristinare la sicurezza e mettere a freno le proprie milizie; israeliani e palestinesi possono stabilire un cessate-il-fuoco duraturo e iniziare una nuova e più credibile fase del processo di pace; il cosiddetto Quartetto (Usa, Unione europea, Onu, Russia) potrà adottare un approccio più pragmatico, e quindi meno ideologico, verso il nuovo governo palestinese, giudicandolo soltanto «dai fatti», per le azioni che intraprenderà.

«I cambiamenti non saranno facili per nessuno – recita il rapporto – ma l’alternativa a tutto ciò rischia di essere molto più pericolosa». Il riferimento è all’eventuale ritorno alle violenze che hanno insanguinato la Striscia di Gaza tra dicembre e gennaio, provocando almeno sessanta morti. La formazione del governo di unità, decisa alla Mecca, punta proprio ad allontanare lo spettro di una rovinosa guerra civile. Oltre che a far smaltire in fretta le scorie di un anno, quello passato, assolutamente deleterio.

«Hamas credeva di poter governare senza dover pagare un prezzo ideologico, Fatah era convinta di poter presto riconquistare a poco a poco il potere perduto, mentre il Quartetto e Israele, con le loro sanzioni economiche al governo, speravano di forzare Hamas a cambiare o, in alternativa, di convincere i palestinesi a disarcionare» il movimento estremista. Tutte illusioni pagate a caro prezzo soprattutto dalla popolazione, che ha vissuto dodici mesi di difficoltà economiche e mancanza di sicurezza. L’accordo di condivisione dei poteri (power sharing) concluso alla Mecca lancia una nuova speranza per il futuro del Medio Oriente, anche se non mancano punti deboli, come la mancanza di un accenno al riconoscimento formale di Israele, nodo sul quale Hamas non ha ceduto.

Sono molte le «raccomandazioni» stilate dall’Icg per la buona riuscita del processo negoziale, prima di tutte il raggiungimento rapido di un’intesa tra Hamas e Fatah sulla composizione del nuovo esecutivo di unità nazionale. Se il numero dei ministri per ogni fazione è già stato stabilito – Hamas ne avrà nove e Fatah sei, mentre gli altri nove portafogli andranno ai piccoli partiti e a personalità indipendenti, tre indicate da Hamas, una da Fatah – è sui nomi che, dopo svariate riunioni fra il premier incaricato Ismail Haniyeh e il presidente palestinese Abu Mazen, restano le incertezze.

Negli ultimi giorni le trattative sembrano essersi bloccate soprattutto sulla scelta del titolare del ministero degli Interni, cioè di colui che sarà chiamato a controllare i servizi di sicurezza governativi, e in particolare la Forza esecutiva, formata dal precedente governo con l’arruolamento di migliaia di miliziani islamici. Abu Mazen avrebbe bocciato la proposta di Hamas di nominare il generale in pensione Hammudeh Jarwan, una candidatura ritenuta troppo debole. Secondo gli analisti, il rischio è che sia Hamas che Fatah designino per il nuovo governo delle personalità di secondo piano, prevedendo forse una durata di vita limitata per l’esecutivo, che nascerebbe, così, già monco di ogni prospettiva stabile.

Tra le «raccomandazioni» dell’Icg vanno segnalate quelle rivolte ad Hamas di rinnovare gli sforzi per raggiungere rapidamente un accordo sullo scambio dei prigionieri con Israele e di elaborare un documento che stabilisca che i negoziati politici con Israele siano una prerogativa esclusiva del presidente dell’Olp. In riferimento a quest’ultimo punto, scrive ancora l’Icg, «gli accordi raggiunti nel corso dei negoziati dovrebbero essere sottoposti a referendum, i cui risultati Hamas sarebbe tenuta a rispettare». Sia Hamas che Fatah sono poi esortate a «cessare le dimostrazioni di forza» da parte dei propri miliziani, mentre Israele, oltre a sforzarsi nel raggiungimento di una tregua e di uno scambio di prigionieri, dovrebbe «facilitare la libertà di movimento dei palestinesi, nonché ripristinare il trasferimento dei fondi fiscali», frutto sia delle tasse pagate dai tanti palestinesi che lavorano in Israele che dei dazi doganali imposti sulle merci che transitano per Israele prima di giungere nei Territori palestinesi.

All’Unione Europea l’Icg «prescrive» di «adottare una politica che punti a influenzare la condotta di Hamas piuttosto che a estrometterlo dal potere» e di «alleggerire le sanzioni» in vigore, instaurando un dialogo con il nuovo governo, mentre il Quartetto, nel suo complesso, è chiamato a «proporre una visione più dettagliata per un accordo permanente tra israeliani e palestinesi». L’intera comunità internazionale è poi chiamata a fare la sua parte per raggiungere obiettivi stabili, che permettano di considerare l’accordo della Mecca come «un’opportunità per ravvivare il processo di pace, piuttosto che un’altra scusa per seppellirlo».

Le trattative per la formazione del nuovo governo, intanto, proseguono. La composizione finale dell’esecutivo, secondo Haniyeh, non si avrà prima del 17 marzo. Mentre a Gaza nei giorni scorsi sono nuovamente riecheggiati colpi di arma da fuoco fra miliziani di Hamas e forze di sicurezza fedeli al presidente, episodio per ora isolato ma che rischia di presagire una nuova, drammatica, escalation di tensione e mettere così a repentaglio lo stesso sforzo negoziale della Mecca.

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