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Jaeger: urgono mediazioni per la pace fra Israele e palestinesi

13/11/2006  |  Roma
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Jaeger: urgono mediazioni per la pace fra Israele e palestinesi
Il muro che separa Israele dai Territori palestinesi, simbolo di una pace difficile da costruire. (foto M. Gottardo)

La matassa israelo-palestinese appare sempre più ingarbugliata.L'ondata d'emozione seguita alla strage di Beit Hanoun, la mozione presentata (e respinta l'11 novembre per il veto Usa) al Consiglio di sicurezza dell'Onu per chiedere una commissione d'inchiesta internazionale sull'eccidio e le voci su un accordo a Ramallah tra Fatah e Hamas per un governo di unità nazionale, hanno richiamato l'attenzione dei media su Gaza e sulla situazione dei Territori, dopo un periodo di oblio.Quale speranze concrete ci sono di una svolta positiva? Abbiamo chiesto a padre David Maria Jaeger, giurista e frate minore della Custodia di Terra Santa, di commentare gli sviluppi politici di questi ultimi giorni.


La matassa israelo-palestinese appare sempre più ingarbugliata. L’ondata d’emozione seguita alla strage di Beit Hanoun, la mozione presentata (e respinta l’11 novembre per il veto Usa) al Consiglio di sicurezza dell’Onu per chiedere una commissione d’inchiesta internazionale sull’eccidio, le voci su un accordo a Ramallah tra Fatah e Hamas per un governo di unità nazionale, hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media su Gaza e sulla situazione dei Territori, dopo un periodo di (colpevole?) disinteresse. Abbiamo chiesto a padre David Maria Jaeger, giurista e frate minore della Custodia di Terra Santa, di commentare gli sviluppi politici di questi ultimi giorni.

Padre Jaeger, qualche giorno fa, forse anche come riflesso della strage di Beit Hanoun (Striscia di Gaza) che ha mietuto 18 vittime tra cui donne e bambini, il premier israeliano Olmert ha invitato il presidente Abu Mazen ad un incontro… Si sta muovendo qualcosa?
Che i dirigenti palestinesi e israeliani si incontrino è sempre in sé stesso un fatto positivo, ma non per questo necessariamente fruttuoso. Come insegnano l’esperienza e il «senso comune», per porre fine al conflitto costruendo la pace, è necessario che gli incontri – dei dirigenti o dei loro plenipotenziari – avvengano all’interno di un preciso quadro istituzionale, di veri e propri negoziati aventi come obbiettivo l’ordinata elaborazione e la firma di un trattato di pace. E gli stessi negoziati devono essere inquadrati con molta precisione e chiarezza dal diritto da applicare al caso. Perché i negoziati possano essere fruttuosi bisogna che siano chiare le premesse alle quali riferirsi e sulle quali costruire. Nonostante che gli scontri, gli attentati, i bombardamenti, le stragi, gli insediamenti, le umiliazioni e così via abbiano indubbiamente lasciato le loro impronte negli animi, da un lato e dall’altro, il conflitto non è assolutamente un conflitto «psicologico», ma nettamente politico, e perciò giuridico. Per cui sbagliano tutte quelle anime buone che pensano di promuovere la pace mediante «incontri», collaborazioni artistiche, occasioni per «stare insieme» ecc… Come se si trattasse semplicemente di «eliminare la paura dell’altro, del diverso», di dimostrare agli «indigeni» che le due «etnie» possono convivere, coesistere, e così via. Dico: «sbagliano», non nel senso che fanno male – è evidente che fanno solo del bene, e molto – ma nel senso che commettono un errore se credono di poter così portare la pace. Anche gli «incontri» al livello di «vertice» ci sono già stati diverse volte dall’inizio, nel 2000, della seconda Intifada – e persino tra gli stessi Olmert e Abu Mazen – ma trattandosi di fatti isolati senza contesto negoziale, non hanno dato risultati. Le notizie che si attendono non sono quelle relative a «incontri», ma quelle dell’avvio di negoziati di pace.

Sembra che anche sul fronte palestinese ci siano movimenti… Fonti giornalistiche hanno parlato di dimissioni da parte del leader di Hamas Ismail Hanyeh e di un rimpasto in vista di un governo di unità nazionale…
Pare difficile darne una valutazione definitiva, soprattutto perché non se ne conoscono ancora i dettagli. Da un lato, se riuscisse a reprimere il caos nelle strade, nelle città, e assicurare servizi pubblici più efficienti ecc., e soprattutto portare alla fine del relativo isolamento internazionale che pesa attualmente sull’ Autorità palestinese, potrebbe già essere uno sviluppo molto positivo per i palestinesi, e anche per gli israeliani (se l’iniziativa riesce a trattenere le fazioni armate palestinesi dal lancio di razzi e dalla realizzazione di attentati terroristici sul territorio israeliano). Dall’altro lato, diverse proposte finora emerse per tale «unità nazionale» comportavano anche l’ingresso di Hamas (e persino del Jihad islamico) nell’Olp. Se avvenisse, tale sviluppo potrebbe non essere egualmente positivo; si potrebbe assistere, in effetti, ad una mutazione genetica dell’Olp, che finora è stato un movimento nazionale, non islamista, mirante a una Palestina laica e democratica. Bisogna ricordare che, ai fini dei negoziati di pace, è sempre solo l’Olp che conta, non l’Autorità palestinese. Quest’ultima è soltanto una struttura interinale, temporanea, per la gestione di determinati aspetti della vita dei palestinesi in determinate parti dei Territori occupati (oltre a Gaza, mai più del 40 per cento della Cisgiordania), in attesa del trattato di pace. Se invece anche l’Olp dovesse essere ceduto in parte agli islamisti, gli eventuali negoziati di pace potrebbero risultare molto più ardui, e l’obiettivo di uno Stato palestinese laico e democratico molto più difficile da raggiungere, con ricadute significative (e certamente non positive) per il tasso di vivibilità in esso, specialmente per i cristiani. Certo, c’è chi dice che l’Olp così allargato godrebbe di maggior legittimazione popolare, per cui potrebbe anche essere più coraggioso nei negoziati di pace, e così via, ma si può pure replicare che, in definitiva, la piena legittimazione popolare sarebbe comunque assicurata all’Olp qualora ritorni dai negoziati con un trattato di pace palesemente equo e ragionevole, che certamente troverebbe accoglienza presso la grande maggioranza dei palestinesi nei Territori occupati, che anelano da quarant’anni alla libertà.

In Israele, invece, quali aperture si possono intravedere rispetto ai negoziati di pace?
L’attuale governo del premier Olmert, una specie di Grosse Koalition, è molto – ma proprio molto – eterogeneo. Il partito di (modesta) maggioranza relativa, Kadima, (centro-destra, in termini italiani) è piuttosto un contenitore congiunturale, nel quale tante potrebbero essere le «anime» (politiche) quanti i parlamentari (29); il secondo partito, quello laburista, manca anch’esso oramai di un indirizzo unitario, e denuncia profonde divisioni interne. Gli altri tre partiti sono: quello piuttosto «settoriale» dei pensionati, il partito fondamentalista (clericale e teocratico), Shas, e il partito di estrema destra laica, che fa capo al nuovo vice primo ministro, Avigdor Liebermann, notorio soprattutto per il suo continuo inveire contro la minoranza nazionale araba in Israele. Il governo nel suo insieme non sembra avere un proprio progetto per avviare negoziati di pace, e sempre più trova la sua unità nella contemplazione degli eventuali pericoli «esistenziali» per Israele di un Iran nuclearizzato. Quella larga, larghissima, fascia del pubblico israeliano, che avrebbe gradito la ripresa dei negoziati di pace, e ancor più la pace stessa, non sembra poter veicolare le sue aspirazioni in un modo politicamente efficace.

Viste tutte queste difficoltà, da una parte e dall’altra, quale potrebbe – dovrebbe – essere la via che porti alla pace?
Oggi, più che mai, appare con chiarezza che non si potrà fare a meno di una forte iniziativa internazionale. Ne sarebbero certamente capaci gli Stati Uniti, ma ne sarebbe capace anche l’Europa che si risveglia. È chiaro che l’Amministrazione statunitense, anche in ragione dei più recenti sviluppi interni, sta pensando a dare nuovo slancio alla propria politica medio-orientale. Anche nell’Unione Europea è possibile che si stia maturando (tardi, ma meglio tardi che mai) la convinzione di dover prendere delle iniziative concrete in questo senso. È qui che l’Italia – fidata amica («equivicina») di entrambe le parti – potrebbe ora essere in grado di fornire la necessaria leadership. Dagli ambienti della maggioranza di governo arrivano delle assicurazioni che qualche cosa si sta proprio muovendo in questo senso… Speriamo!

 

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