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Che ne facciamo di questa città?

23/10/2006  |  Gerusalemme
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Che ne facciamo di questa città?
Veduta del centro di Gerusalemme dal Monte degli Ulivi. In primo piano la Cupola della Roccia. (foto J. Kraj/Cts)

In Israele ne dibattono politici, urbanisti, uomini d'affari ed ecologisti di parte ebraica. Come trasformare Gerusalemme? L'occasione è offerta da un controverso piano di lottizzazione che prevede un nuovo complesso di 20 mila appartamenti a ovest della città, sulle pendici di colline ora ammantate di boschi.Per taluni è una decisione ineluttabile, per altri una sciagura da evitare.I favorevoli dicono che il nuovo progetto farà abbassare i prezzi delle case e incrementare il numero dei residenti ebrei. I contrari spiegano che solo una Gerusalemme (ebraica) più piccola potrà essere anche più forte e che già entro i suoi attuali confini è possibile costruire decine di migliaia di nuovi edifici, rialzando le sorti di una città che è tra le meno prospere del Paese.


(g.s.) – La Commissione nazionale per l’urbanistica e l’edilizia dello Stato di Israele lunedì 17 ottobre aveva sul tavolo un dossier scottante, che da tempo aspetta un suo sì o no. Sottoposti a pressioni incrociate, i 31 membri della Commissione hanno preferito prendere tempo e rinviare di altri due mesi il loro verdetto.

La fonte di tanti grattacapi è il Piano Moshe Safdie, dal nome dell’architetto che l’ha concepito. La proposta prevede che a ovest di Gerusalemme sorga un nuovo quartiere satellite di 20 mila appartamenti, sparsi su un’area collinare di oltre 26 chilometri quadrati. Apriti cielo!

L’area individuata per la lottizzazione è ammantata di foreste e i Verdi non vogliono sentir ragioni.

D’altronde, implicazioni di politica internazionale rendono impraticabile l’ampliamento della città verso est, come si è fatto in passato con l’insediamento di Ma’aleh Adumim, che sorge sulle brulle alture del deserto di Giuda ma sconfina nei Territori Palestinesi. Per proseguire in quella direzione Israele dovrebbe aggiungere altri motivi di contesa con i palestinesi e sfidare il netto no di Washington.

«Se il governo avesse deciso di attuare un piano di sviluppo edilizio a est di Gerusalemme non mi avrebbero mai contattato chiedendomi un progetto per espandere la città verso ovest» dice alla stampa israeliana l’architetto Safdie, piuttosto piccato per le critiche.

D’altro canto la contrarietà non è solo degli ecologisti. Nelle scorse settimane una cinquantina di parlamentari israeliani di vari partiti si sono accodati alle proteste in un mix che include – con motivazioni le più varie – esponenti di sinistra e di destra, laici e ultra-ortodossi.

A sostegno del Piano Safdie si schierano il sindaco di Gerusalemme Uri Lupolianski e il suo predecessore Ehud Olmert, attuale primo ministro. Aumentare l’offerta di case in città, dice la loro parte, ne farà abbassare i prezzi. Si otterrà inoltre un incremento della popolazione ebraica, che è attualmente in costante calo.

Con un approccio pragmatico e senza giri di parole, uno degli oppositori, Moshe Amirav – già consigliere comunale di Gerusalemme -, sostiene piuttosto la tesi opposta dalle colonne del quotidiano Ha’aretz: c’è bisogno semmai di una città più piccola e compatta

Le prime operazioni di ampliamento di Gerusalemme, scrive Amirav, furono avviate negli anni ’70 del secolo scorso dal governo di Golda Meir. Nacquero sette nuovi quartieri a est della città, dove oggi vivono 180 mila ebrei. L’area metropolitana è più che triplicata, passando da 37 chilometri quadrati a 120 (più ampia di Tel Aviv e Haifa messe insieme). Negli ultimi vent’anni, però, si è registrato un esodo di 300 mila cittadini delle classi medio-alte. La popolazione ebraica è così scesa al 66 per cento del totale.

La soluzione giusta, scrive Amirav, è restringere i confini della municipalità, escludendo i quartieri arabi, per poi migliorare la qualità dei servizi e delle infrastrutture in centro e riportare Gerusalemme ai primi posti della classifica che indica il benessere economico dei centri urbani di Israele (ora occupa il novantesimo posto).

I Verdi, dal canto loro, sono convinti che senza ampliare gli attuali confini della città, nei prossimi vent’anni vi si possano costruire almeno 60 mila edifici. Nuovi quartieri che radano al suolo le foreste sono, dal loro punto di vista, del tutto superflui.

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