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Ciclisti alla meta!

28/08/2006  |  Gerusalemme
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Con 3.500 chilometri nelle gambe, coperti in 26 tappe, i pellegrini in bicicletta partiti il 28 luglio da Lurago d'Erba (Como) hanno raggiunto ieri - 27 agosto - la meta finale di Gerusalemme. Purtroppo non senza uno spiacevole incidente alla frontiera tra Giordania e Israele. Ecco il racconto dell'ultima giornata, in cui la bicicletta non è stata protagonista.



Dopo aver percorso 3.500 chilometri e superato, su e giù, 30 mila metri di dislivello in 26 tappe, i pellegrini in bicicletta partiti il 28 luglio da Lurago d’Erba (Como) hanno raggiunto la meta finale di Gerusalemme.

L’ultima tappa, che prevedeva la dura salita di 1.200 metri di dislivello dal Mar Morto a Gerusalemme, è stata condizionata dalla dogana israeliana che, a differenza di tutte le altre superate, ha accolto il gruppo in modo sprezzante. I due pullmini del seguito sono stati fatti rientrare ad Amman – la capitale giordana – in quanto Israele non ha riconosciuto il Carnet internazionale di viaggio. Il medico della spedizione, invece, durante il controllo doganale del bagaglio, ha subito il furto della videocamera, dei documenti e della carta di credito. Il tempo perso per le denunce ha reso impossibile la salita in bicicletta – alle 15 la temperatura all’ombra era di 41 gradi – e ha obbligato il gruppo a un trasferimento in pullman fino alle porte di Gerusalemme. Qui sono state di nuovo inforcate le biciclette per attraversare la città e giungere in tempo all’appuntamento col cardinale Carlo Maria Martini.

Il diario dell’ultima tappa – domenica 27 agosto

Giunti a Madaba (in Giordania), i pellegrini medievali potevano osservare nella mappa a mosaico della chiesa di San Giorgio il percorso che ancora li divideva dalla meta finale: l’altura del Monte Nebo, il ponte sul fiume Giordano, la città di Gerico e infine Gerusalemme.

Oggi il ponte (di Allenby per gli israeliani, di Re Hussein per i giordani) divide la Giordania dai territori soggetti all’Autorità nazionale palestinese (la Cisgiordania), la vecchia Transgiordania, persa dopo la guerra «dei sei giorni» con la quale Israele ha assunto il controllo della riva occidentale del Giordano e della parte orientale di Gerusalemme.

Come doveva essere per i pellegrini che ci hanno preceduto, anche per noi oggi è la giornata tanto attesa e sperata dell’intero viaggio. Un viaggio che è cominciato con le incognite di una sanguinosa guerra e che sta giungendo alla conclusione nel contesto di un fragile cessate il fuoco, in attesa che una forza internazionale si schieri per far da cuscinetto fra Libano e Israele.

Un mese fa temevano di non poter raggiungere la valle del Giordano. Ora invece siamo qui e il successo del viaggio, fin qui, è beneaugurate per la tappa decisiva che ci vede partire alle 7 dal nostro albergo sul Mar Morto e raggiungere in circa un’ora di pedalata la frontiera.

L’imprevisto è, però, sempre in agguato e in una sola giornata incappiamo nei due maggiori pericoli cui andava soggetto il viaggiatore medioevale: l’attraversamento dei ponti e l’assalto dei briganti. Tutto capita in territorio israeliano, quando ormai pensavamo di essere al sicuro dalle sgradite sorprese.

Il ponte in questione è lo Sheik Hussein, l’unico transitabile dai nostri pullmini, circa 80 chilometri a nord di quello di Allenby. Un’inesorabile guardia di frontiera dichiara che Israele non riconosce il Carnet internazionale di viaggio – valido perfino in Cina! – e pretende nuovi e diversi documenti. Rifiutati da Israele, i due autisti sono costretti a rientrare ad Amman in attesa che si regolarizzi la situazione con l’aiuto della nostra ambasciata.

Noi, invece, incocciamo in funzionari israeliani che approfittano dell’organizzazione approssimativa della loro dogana per rubare videocamera, portafogli e carta di credito del medico della spedizione. Del resto tutti quanti abbiamo ritrovato i bagagli all’uscita ammucchiati per terra, aperti e con le cerniere rotte.

Al limite del grottesco il serrato interrogatorio da parte della polizia di frontiera (peraltro costituita tutta da ragazze niente male, ma prive di sorriso). Alla domanda «Da dove venite?» abbiamo descritto il nostro itinerario in bicicletta attraverso l’Italia, la Turchia, la Siria e la Giordania. La poliziotta, imperturbabile perché forse poco esperta in geografia, ci chiede sospettosa i motivi per cui abbiamo attraversato la Siria. «Perché le biciclette non possono ancora volare» è la nostra risposta, che ci crea però qualche complicazione – nessun poliziotto apprezza l’ironia! – quando chiediamo, come d’uso, che il timbro d’ingresso non sia applicato sul passaporto ma su un foglio a parte. La risposta è secca e sprezzante: «O lo mettiamo dove vogliamo noi o ve ritornate indietro».

Di tornare indietro, a due passi della meta, non se ne parla nemmeno. Accettiamo quindi il diktat e trascorriamo tre ore nell’espletamento delle formalità burocratiche per la denuncia di furto da parte dei doganieri. Usciamo dalla dogana solo alle 15 con una temperatura all’ombra di 41 gradi.

Impossibile, in queste condizioni, pensare di affrontare i 1.200 metri di dislivello che ci separano da Gerusalemme. Decidiamo perciò per un trasferimento in pullman. Riprendiamo le biciclette solo alla periferia della città per una pedalata urbana di grande respiro panoramico che ci porta puntuali all’appuntamento programmato con il cardinale Carlo Maria Martini.

«Ammiro il coraggio che vi ha spinto a venire in questo luogo in cui cielo e terra si toccano – ci dice l’ex arcivescovo di Milano nella quiete del giardino della sua residenza – specialmente in questo periodo in cui tutti i pellegrinaggi dall’Italia sono stati annullati». I complimenti e la benedizione del cardinale sono il più degno coronamento del nostro viaggio che solo a questo punto ci accorgiamo di aver portato a conclusione.

Abbracci e strette di mano sotto la telecamera di Tele Pace, intervenuta per un’intervista, e poi ci aspettano le doverose giornate di visita ai Luoghi Santi.

 

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